La prima del Ghana, grazie a Dossena

L’ex ct: «Lì sono persone serie e istruite, con la passione per il dribbling. Scartano di tutto: sassi, capre, piante e camion»

da Roma

L’Africa ai Mondiali non è una novità, il Ghana sì grazie al 2-0 all’Uganda che rende una formalità la partita dell’8 ottobre a Capo Verde, un’impresa salutata a Kumasi da grandi feste. In questa impresa c’è un po’ di Italia grazie a Beppe Dossena, ct dei ghanesi dal 1999 al 2000 e ora dg della Sambenedettese: «Io ho sempre creduto che un giorno prima o poi ce l'avrebbero fatta. Sono orgoglioso di questo risultato, vuol dire che non ci avevo visto male».
Due anni nei quali Dossena ha guidato tutto il settore tecnico, dalla prima squadra alla under 17: «Due anni stupendi, sono stato anche dieci mesi senza tornare a casa... Eh, sì, il mal d'Africa esiste, specie quando sei vissuto in un paese di grande qualità come il Ghana. I titolari di oggi li ho tirati su io nelle varie giovanili. Appiah praticamente l'ho scoperto io. E sia con la Under 17 che con la Under 20 ho vinto la Coppa d'Africa, segno che le basi c'erano». Appiah, Essien, Kouffor, Muntari, Edusei, Mensah e decine di altri sparsi tra Ungheria, Russia, Turchia, Danimarca, Svizzera, Germania. Nella storia il più importante giocatore ghanese è stato Desailly. Nato ad Accra, l'ex rossonero scelse successivamente la nazionalità francese.
«Neanche in Ghana sanno cosa possono fare nel calcio, tanto è il loro potenziale. Da quelle parti però il massimo è la Nigeria: hanno fatto vedere a mala pena un quinto di quello che possono fare nel calcio. In Ghana il segreto è la stabilità del paese. Non mi stupisce quindi che ora vengano ai Mondiali eliminando il Sudafrica e tirando fuori giocatori come Appiah ed Essien. I ghanesi sono chiamati i Brasiliani d'Africa. A differenza dei nigeriani o dei camerunensi, dei colossi fisicamente, in genere in Ghana c'è gente più compatta, meno alta: questo li rende più abili con la palla. Dribblano sempre, i sassi, le capre che passano, le piante in mezzo ai boschi, i barattoli, stanno sempre con la palla attaccata al piede, in mezzo al traffico, ai camion, dovreste vedere che spettacolo. Ma è soprattutto un problema di testa: io li ho trovati meravigliosi. Educati, tranquilli, rispettosi, persone serie. Hanno anche, rispetto al quadro africano, un livello scolastico superiore. È stato un piacere immenso lavorare con loro tanto che a fine mese ci torno anche per vedere qualche talento per la Sambenedettese».
Amano la palla, hanno il tocco felpato, hanno qualcosa in più: «Sono sempre stati in prima fascia in Africa, come Nigeria e Senegal: il bello è che noi italiani non ce ne siamo mai accorti. Mi ricordo un giorno che ero fare un campus nel nord, praticamente nella giungla (e ricordo a tutti che in due anni mi sono preso due volte la malaria), quando sotto a una palma in mezzo agli alberi ti vedo un bianco seduto. Un bianco? Dopo tutto il tempo che passi lì ti senti nero pure tu... e ti stupisci. Beh, era uno stipendiato dell'Ajax, capito qual è la differenza tra il calcio italiano e altre culture?».