Gheddafi, i ribelli libici: "E' fuggito nel deserto" E il vescovo di Tripoli conferma: "Il raìs è vivo"

Il colonnello
libico avrebbe abbandonato Tripoli, per rifugiarsi in una zona
desertica del paese. Lo riferisce il sito del movimento <em>17 febbraio</em>, legato ai ribelli libici. L'Onu chiede una tregua, ma gli insorti respingono l'appello e riconquistano l'aeroporto di Misurata

Bengasi - Il colonnello libico, Muammar Gheddafi, avrebbe abbandonato da diversi giorni Tripoli, per rifugiarsi in una zona desertica del paese. Secondo quanto riferisce il sito del movimento 17 febbraio, legato ai ribelli libici, Gheddafi si sarebbe nascosto nella zona di Ash Shurayf, circa 400 chilometri a sud della capitale. I rivoltosi non escludono che da quel luogo possa poi decidere, in caso di necessità, di fuggire più agilmente verso il vicino Ciad. Ne è sicuro anche monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli, vescovo di Tripoli: "Forse ferito o rifugiato in una zona sicura, sicuramente scosso. Ma di certo Gheddafi è vivo". La certezza di monsignor Martinelli "deriva innanzi tutto dal fatto che non ci sono segnali contrari in questo senso". Se il colonnello fosse deceduto in conseguenza di uno degli ultimi bombardamenti della Nato su Tripoli, "sicuramente ne avrebbero annunciato la morte. Nel mondo arabo-musulmano una cosa del genere non si può nascondere", rileva.

L'Ue apre un ufficio a Bengasi L'Unione europea ha intanto deciso di aprire un ufficio a Bengasi per sostenere il Consiglio nazionale di transizione libico, come ha annunciato l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, intervenendo davanti al Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo. "Intendo aprire un ufficio a Bengasi in modo che possiamo procedere ad assistere il popolo ed il Consiglio nazionale di transizione", ha affermato il ministro degli Esteri dell’Ue.

L'Onu chiede una tregua, i ribelli rifiutano Ban Ki-moon manderà "quanto prima possibile" a Tripoli per colloqui con il regime il suo inviato speciale per la Libia, Abdullah al-Khatib. Ban ha telefonato di persona al premier per sollecitare "la fine degli attacchi contro la popolazione civile", e il varo di "trattative per un cessate-il-fuoco immediato e verificabile", in vista del raggiungimento di una "soluzione politica" e della possibilità di far affluire aiuti umanitari "senza impedimenti". Il segretario generale dell’Onu ha anche chiesto "l’interruzione dei combattimenti, a Misurata e altrove". Ma i ribelli non ci stanno: "Non ci fidiamo di Gheddafi...Non è il tempo per un cessate il fuoco perchè lui non lo rispetta mai", ha detto un portavoce degli insorti, Zintan Abdulrahman, parlando al telefono con la Reuters da Zenten, nell’ovest della Libia. Il portavoce ha aggiunto che oggi le forze fedeli al colonnello hanno sparato 20-25 missili Grad contro gli insorti a Zenten, uccidendone uno e ferendone altri tre. Secondo altre fonti, le vittime sono due e i feriti 15. 

Riconquistato l'aeroporto di Misurata Dopo giorni di feroci combattimenti, i ribelli sono intanto riusciti ad assumere il controllo dello strategico aeroporto di Misurata, strappandolo alle forze fedeli al regime: lo hanno riferito fonti giornalistiche presenti alla battaglia, secondo cui gli insorti hanno conquistato lo scalo pezzo per pezzo, impadronendosi dapprima di un carcere sistemato all’interno del complesso, utilizzato per fare fuoco sugli avversari da una posizione di maggiore vantaggio, e poi del mercato africano compreso anch’esso nel perimetro aeroportuale. A quel punto i governativi si sono ritrovati intrappolati, tranne che sul lato meridionale della struttura, attraverso il quale si sono ritirati, lasciando dietro di sè numerosi carri armati in fiamme. La notizia della presa dell’aeroporto è stata accolta con scene di esultanza nella città-simbolo della resistenza contro Muammar Gheddafi, di cui soltanto ieri era stato rotto l’assedio dopo oltre due mesi: centinaia di rivoltosi, ma anche comuni cittadini, si sono riversati nella strade per celebrare l’importantissimo successo militare.