Gheddafi è irriducibile: "Non mollerò mai" Tutti gli scenari possibili: dal blitz all’embargo

Il Colonnello tentenna ma non molla. E così, mentre a Bengasi i capi ribelli fanno i conti con i 600 km di deserto e le postazioni governative che dividono il loro regno e quello di Tripoli, il mondo s'interroga sul da farsi. Vediamo tutte le possibili &quot;soluzioni&quot;. <strong><a href="/esteri/ultimatum_ribelli_gheddafi_sempre_piu_solo/09-03-2011/articolo-id=510539-page=0-comments=1" target="_blank">Ultimatum dei ribelli</a></strong>, ma Gheddafi non molla

Bengasi - Il colonnello forse tentenna, ma di certo non molla. E così mentre qui a Bengasi i capi ribelli fanno i conti con i 600 chilometri di deserto e le postazioni governative che dividono il loro regno e quello di Tripoli il mondo s’interroga sul da farsi. Le opzioni sul tavolo vanno dalla trattativa all’intervento armato, dal «laissez faire» al ripristino delle sanzioni. Ma nessuno di questi scenari sembra in grado di garantire il miracolo desiderato.

NO FLY ZONE I portabandiera della «no fly zone» sono Londra e Pa­rigi. I due paesi la­vorano a una riso­luzione da sottoporre al Consi­glio di sicurezza dell’Onu già que­sta settimana. E la disponibilità della Cina - pronta a non far vale­re il proprio diritto di veto «se que­sto contribuirà alla stabilità» - po­trebbe rendere più disponibile an­che Mosca. Unione Europea, Na­to e Stati Uniti sono comunque molto cauti su una soluzione che non si discosta molto dall’inter­vento militare. Per imporre una «no fly zone» ed evitare il rischio di veder abbattuti i propri aerei le forze alleate dovranno comun­que distruggere al suolo la flotta aerea libica e neutralizzare le po­stazioni contraeree. Dovranno in­somma mettere a segno delle ri­schiose operazioni militari senza aver la sicurezza di abbattere il re­gime. L’imposizione nel 1991 del­la «no fly zone» sull’Iraq non im­pedì a Saddam Hussein di soprav­vivere per altri 12 anni.

INTERVENTO ARMATO I primi a non vo­lerlo sono gli Stati Uniti, ovvero gli unici in grado di guidarlo e gestirlo. Provati dal­l’esperienza somala, fiaccati eco­nomicamente e psicologicamen­te dalla prova irachena, distratti dallo sforzo afghano, gli america­ni si guardano bene dal lanciarsi in un’altra avventura militare. Il primo a non volerla è il presiden­te Barak Obama. Già abbandona­to dal suo elettorato pacifista do­po la svolta afghana, il presidente non è certo disposto a rischiare la propria rielezione. Neppure nel nome dell’oro nero.

TRATTATIVA ED ESILIO Stando a voci provenienti da Tripoli alcuni luogotenenti propongono il passaggio dei po­teri nelle mani di un consiglio di tecnocrati. Il consiglio do­vrebbe gestire la transizione e progettare un nuovo assetto istituzionale mentre a Muham­mar Gheddafi verrebbe garanti­ta non solo la piena incolumi­tà, ma anche una carica onora­ria. Il Consiglio dei ribelli sorto a Bengasi sotto la guida dell’ex ministro della giustizia Musta­f a Abd A l Jalil, non sembra però disponibile al negoziato. «Sia­mo disposti a trattare solo con Gheddafi e solo se assicura di voler dimettersi» sostiene a l Ja­lil, precisando di non poter ga­rantire nulla di più dell’incolu­mità. Comunque sia nessuno sembra far i conti con Ghedda­fi. Il colonnello forte dell’ap­poggio delle proprie forze di si­curezza non pensa per ora né alla trattativa, né all’esilio. An­che perché, come insegna il ca­so Slobodan Milosevic, nessun accordo gli garantirebbe l’inco­lumità di fronte ad un mandato di cattura della corte interna­zionale dell’Aja.

SANZIONI Le sanzioni ap­provate sabato dal Consiglio di si­curezza delle Na­zioni unite sono la più inutile fra le misure desti­nate a fermare il Colonnello. L’embargo imposto in passato contro l’Iraq, Cuba e la Serbia non ha impedito a dittatori co­me Saddam Hussein, Slobodan Milosevic e Fidel Castro di conti­nuare a guidare il proprio paese. Gheddafi è peraltro già soprav­vissuto alle sanzioni decretate dall’Onu nel 1991 dopo l’attenta­to di Lockerbie. Gli unici a bene­ficiare di quelle misure furono Cina e India che per 11 anni con­tinuarono ad aggirare l’embar­go attingendo al petrolio libico rifiutato dall’Occidente. E ri­prenderebbero a farlo qualora le nuove sanzioni - limitate per ora ai beni del rais - venissero estese al commercio del greggio.

LAISSEZ FAIRE Da una prospet­tiva cinicamente opportunista lo star a guardare è l’ipotesi più con­veniente dal punto di vista mili­tare, politico ed economico. Non comporta il rischio di esiti imprevedibili - come l’interven­to militare in Somalia degli anni ’90 - e non preclude la possibilità di una ripresa dei rapporti con il colonnello. Chi sostiene que­st’opzione guarda soprattutto al fattore petrolio. L’unica possibi­lità di vittoria dei ribelli si basa sulla loro capacità di conquista­re il controllo di giacimenti e ole­odotti. Se ci riusciranno recide­ranno la vena giugulare del regi­me e Gheddafi cadrà in pochi mesi. Se non ce la faranno torne­ranno a fare i conti con il rais. Ed il mondo con loro.

LA LIQUIDAZIONE L’ipotesi di un intervento per eli­minare fisica­mente il colon­nello è sicura­mente allo studio, ma resterà quasi sicuramente allo stato teo­rico. Un eventuale fallimento fi­nirebbe con il rafforzare le forze lealiste e minare l’immagine di un Occidente già dimostratosi incapace, in passato, di liquida­re il dittatore.

AIUTI AI RIBELLI Chi scrive è re­duce da un viag­gio nella zona del fronte di Ras La­nuf dove i ribelli dispongono di vasti quantitativi di contraeree e armi anticarro pre­levate dagli arsenali del regime. Il problema è però l’addestramen­to. La maggior parte dei combat­tenti si muove senza coordina­mento e senza alcuna capacità tat­tica e strategica. Affidando il loro riarmo all’Arabia Saudita, come propone un piano segreto circola­to alla Casa Bianca, si rischia di re­g­alare all’integralismo nuovi arse­nali. È già successo in Afghani­stan negli anni ’80. Potrebbe suc­cedere di nuovo nella Libia del 2011.