Gheddafi: «Morirò da martire» E accusa l’Italia di armare i ribelli

«Sono il leader della rivoluzione, non un presidente qualsiasi. Io non mi dimetto e non scappo all’estero, combatto fino all’ultima goccia di sangue e se necessario morirò da martire sul suolo del mio Paese». Muammar Gheddafi compare alla televisione di Stato libica nel pomeriggio e con un alluvionale ed emotivo discorso a braccio lancia il suo guanto di sfida ai rivoltosi che si stanno mangiando la Libia fetta dopo fetta. «Non ho ancora usato la forza, ma se necessario lo farò», scandisce il raìs : un cinico messaggio teso a terrorizzare i manifestanti dell’opposizione, considerato che nella sola Tripoli si stima che le vittime della violentissima repressione raggiungano già il migliaio.
Gheddafi parla simbolicamente dalle rovine della sua residenza alla periferia di Tripoli che nel 1986 fu bombardata dell’allora presidente americano Ronald Reagan. Fa appello al nazionalismo dei libici («Abbiamo costruito e irrigato insieme questo Paese, abbiamo sfidato l’America con tutta la sua potenza, abbiamo affrontato grandi nazioni nucleari e abbiamo vinto. Qui non possiamo abbassare la testa. L’Italia, allora grande impero, fu sconfitta in Libia») e promette qualche aggiustamento della Costituzione, ma arriva a rivolgere agli Stati Uniti e al nostro Paese accuse che il ministro degli Esteri Frattini bolla subito come «totali falsità»: avremmo fornito ai rivoltosi razzi Rpg per giustificare un successivo intervento militare. Accuse che Berlusconi ha smentito seccamente ieri pomeriggio in un colloquio telefonico di venti minuti con il colonnello. Il premier avrebbe anche ribadito la necessità di una soluzione pacifica della rivolta all’insegna della moderazione, per scongiurare il rischio di degenerazione in una guerra civile. L’agenzia libica Jana ha aggiunto che Gheddafi avrebbe spiegato a Berlusconi che «la Libia sta bene, il suo popolo mantiene la sua sicurezza, la sua stabilità e l’unità».
Eppure in tv il rais aveva usato parole dure: se le proteste continueranno «ripulirò la Libia casa per casa» e «darò ai ribelli una risposta simile a Tienanmen e a Fallujah», alludendo alla rivolta in Cina in cui furono macellati 3.000 studenti e all’attacco americano in Iraq che fece strage di miliziani. Il discorso del raìs è in sostanza una chiamata alle armi per i suoi sostenitori. Vi si avverte chiaro il rifiuto di accettare che sia in atto una rivolta di popolo, sia pure di una parte di esso. Con toni ispirati il Colonnello minaccia di mettersi alla guida di una «marcia santa da un estremo all’altro del deserto della Libia per purificare il Paese, e con me milioni di persone». Gheddafi li vuole nelle strade delle città libiche già oggi, per «cacciare i topi di fogna venduti, i giovani drogati che sono diventati strumenti di chi vuole che la Libia diventi come la Somalia o l’Afghanistan, fornendo agli americani un pretesto per intervenire». Intanto però il suo ministro dell’Interno Yunis el-Obeidi lo ha abbandonato passando ai rivoltosi.
Le testimonianze sulla situazione in Libia sono contradditorie. L’aeroporto di Bengasi è stato bombardato e chiuso al traffico, tanto che la partenza del C-130 della nostra Aeronautica militare per il rimpatrio degli italiani è stata rinviata: circa 160 connazionali in attesa di partire rimangono per ora bloccati.
Monsignor Giovanni Martinelli, vicario apostolico della capitale, ha dichiarato a Sky-Tg24 che «i mass media hanno detto delle stupidaggini», esagerando la drammaticità dei fatti: «La situazione a Tripoli è tranquilla. Il movimento di contestazione inizia di solito verso sera. Durante la notte si fa un pò di chiasso in giro». Nella migliore delle ipotesi, insomma, ci sono due Libie. Nella peggiore, testimoni confusi.
L’Europa, infine: la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha definito «scioccante» il discorso di Gheddafi e i Ventisette dell’Ue discutono se applicare sanzioni a Tripoli, ma Italia e Malta si oppongono nel timore di un’invasione di immigrati africani se il regime dovesse crollare.