Gheddafi riappare: non riuscirete a uccidermi

Nel pomeriggio di ieri l’annuncio di Frattini: "Il Colonnello è stato ferito ed è
in fuga da Tripoli". Il regime smentisce. E, in serata, lui ricompare
con un messaggio audio trasmesso dalla tv di Stato: "Sono nel cuore dei
libici"

Diceva il ministro Frattini, ieri pomeriggio, che secondo lui Gheddafi era rimasto ferito in uno dei bombardamenti delle scorse notti, e che molto probabilmente si era rifugiato in una località del deserto, ospite di gente fidata. Che prove aveva, Frattini, per dire quel che ha detto? Nessuna, per la verità. «Però tendo ad accreditare come credibile la frase del vescovo di Tripoli monsignor Martinelli secondo il quale Gheddafi è molto probabilmente fuori da Tripoli e probabilmente anche ferito», aveva aggiunto.

Sbagliavano tutti e due, il ministro e sua eminenza. Sentendosi probabilmente sfidato dalle parole di Frattini, Gheddafi in serata ha messo fuori il naso producendosi in un lungo latrato. «Dico ai vigliacchi crociati che sono in un posto dove non mi potete raggiungere e uccidere perché sono nel cuore di milioni di libici». Sembra di sentir parlare la buonanima di Osama Bin Laden, vero?
Da Tripoli, per la verità, era già arrivata la smentita del portavoce del governo, Ibrahim Moussa: «Gheddafi non è stato ferito e si trova a Tripoli», aveva detto a metà pomeriggio ad Al Arabiya. E anche monsignor Innocenzo Martinelli aveva precisato: «Non ho mai affermato che Gheddafi sia stato ferito o che sia morto. Ho semplicemente detto che, dopo la morte del figlio in un raid, avrà subito forti turbamenti. Ma non ci sono segnali di un lutto. Probabilmente non è a Tripoli, la mia impressione è che sia in Libia in una zona desertica». A smentire Frattini c'è anche il Dipartimento di Stato Usa, secondo i cui funzionari non ci sono affermazioni attendibili che possano confermare l'ipotesi del ferimento di Gheddafi.

Quanto alla eliminazione fisica del colonnello, il ministro Frattini torna a negare l'esistenza di questa intenzione. «Non lo prevede il mandato della risoluzione 1973 delle Nazioni Unite», dice. E aggiunge: «La risoluzione non mira a singole persone e non credo che si sarebbe raggiunto l'accordo in seno al Consiglio di sicurezza se avesse previsto l'uccisione del leader libico».
E tuttavia, a proposito di risoluzioni: quanto durerà ancora la compattezza degli Alleati di fronte ai sanguinosi risultati di incursioni che in teoria dovrebbero solo fiaccare la capacità offensiva del regime, mentre il bilancio delle vittime innocenti si fa ogni giorno più drammatico?

La tv di Stato al-Jamahiriya, che continua a trasmettere da Tripoli nonostante il palazzo delle telecomunicazioni sia finito nel mirino dei raid dei giorni scorsi, sostiene che in una incursione della Nato su Brega ci sono stati 16 morti. Fiaccata dalla punizione celeste che ogni giorno si rinnova, e anzi cresce d'intensità, la macchina militare del regime non dà ancora segni evidenti di cedimento. Al contrario. E mentre proseguono i combattimenti tra ribelli e governativi intorno a Misurata e ad altre città della Libia, anche la Marina libica trova il destro di segnalarsi ingaggiando con alcune sue motovedette alcune unità navali britanniche, canadesi e francesi in servizio di pattugliamento.

Insomma, c'è una sottile, velenosa aria di impasse, anche se la portavoce della Nato Carmen Romero si dice convinta che la missione militare sta registrando «progressi reali», con una distruzione significativa «della macchina militare del regime di Gheddafi». A frenare, spingendo per un'azione forte a livello diplomatico per venire a capo della crisi, siamo noi italiani, con il ministro Maroni sempre più preoccupato dagli sbarchi inarrestabili di clandestini, ora che la "diga Gheddafi" non c'è più: «L'Europa non sta facendo quello che si è impegnata a fare» dice Maroni. «In Libia, tuttavia, c'è la guerra e finchè dura la guerra arriveranno i profughi, questo è il problema».