Gheddafi star rap fa discutere Londra

Aridea Fezzi Price

da Londra

Doveva essere la prima opera rap rivolta a un pubblico della lirica più nuovo e multietnico, ma il musical Gaddafi, A Living Myth, sulle gesta del dittatore libico, libretto di Shah Khan e musiche di Steve Chandra Savale del collettivo electro-rap Asian Dub Foundation, che ha inaugurato la stagione dell’English National Opera al Coliseum in prima mondiale, si è rivelato un ibrido teatrale né opera né rap, che ha scatenato polemiche politiche ed estetiche, e messo in discussione le sovvenzioni governative alle arti. Se Eva Perón, Nixon e Mao, e anche Hitler sono stati oggetto di opere musicali di successo, a nessuno era ancora venuto in mente di mettere in scena Muammar Gheddafi e di farne quasi una superstar al ritmo rap-rock. Si sa che in Inghilterra i teatri lirici combattono per la sopravvivenza, che attirare un pubblico più giovane e di ogni etnia è un imperativo, che allargare il repertorio al musical, come insiste anche Pappano al Covent Garden, è una necessità, ma non a scapito del rigore intellettuale e dei principi estetici, sconvolti in Gaddafi come se il compositore volesse sfidare l’establishment culturale britannico.
Priva delle finezze di Nixon in China di John Adams, che forse voleva emulare, l’opera esalta il culto di Gheddafi ed è imbastita su brani del suo Libretto Verde e dei suoi discorsi, intercalati dalle reazioni verbali dell’avversario Ronald Reagan, il tutto accompagnato, ma non tenuto insieme, da una musica punk e rap-rock punteggiata di archi mediorientali, assente l’espressività del canto anche nei vasti cori, le parole sempre urlate. Ma l’allestimento funziona a meraviglia, sullo sfondo scorrono filmati su un grande schermo, i costumi autentici, la prima scena l’impiccagione del leader della resistenza libica Al-Mukhtar, la scenografia spettacolare tutta di carta, come se il regista David Freeman volesse sottolineare l’effimero in ogni cosa.
L’opera tocca un secolo di storia libica, con flash sul colonialismo italiano, il regno fantoccio del Re Idris, la scoperta del petrolio, il colpo militare di Gheddafi nel 1969, la sua politica progressiva e dittatoriale insieme e il suo sostegno al terrorismo internazionale, i bombardamenti americani nel 1986, l’attentato di Lockerbie nel 1988. Per terminare con la stretta di mano nel deserto nel 2004 fra Tony Blair e il nuovo amico del mondo libero. Ramon Tikaram interpreta il dittatore insistendo sull’impenetrabilità dell’uomo, annaspando fra l’immagine di Gheddafi in Libia e quella all’estero creata dai media occidentali. Non un’opera di propaganda politica, dice il compositore, solo una provocazione, «come è compito di ogni arte». Se ne parla già come dell’Evita del nostro decennio, «un’analisi lieve, sardonica e cinica della storia recente», scrive il Times.