Ghedina: «E dire che io usai quel salto per salutare i fan»

Chiedere a Kristian Ghedina cosa pensa delle difficoltà di un salto in discesa libera è come chiedere a un pilota di F1 cosa pensa di una curva da affrontare a 200 all'ora. «Per me è un gioco, un divertimento». Il Ghedo, sul salto che ieri ha fatto sprofondare nel dramma il povero Daniel Albrecht, nel 2004 fece impazzire il pubblico con una spaccata a 140 all'ora: «Per scommessa, e perché mi sentivo sicuro... Non voglio minimizzare l'incidente, mi spiace molto per Albrecht e spero si rimetta in fretta, credo però non sia il caso di drammatizzare queste situazioni. Invece, ultimamente, c'è la tendenza a dare troppo risalto agli incidenti. Un tempo cadere era molto più pericoloso di oggi, attorno alle piste di discesa non c'erano reti ma balle di paglia, se uscivi di linea finivi dritto nel bosco; oppure c'erano steccati di legno tenuti assieme col fil di ferro, se li sfioravi ti facevi a fette... Ma di tutto ciò si parlava molto poco, quanta gente ha chiuso la carriera per dei voli di cui nessuno ricorda più nulla?».
Ma com'è per Ghedina il salto finale della Streif? «È un salto da non sottovalutare, ma non è così terribile, ci arrivi veloce e voli lungo, ma non sei alto, massimo uno-due metri da terra. Un tempo era più difficile perché prima del dente di stacco c'erano delle ondulazioni che ti sbilanciavano nella fase di preparazione, fondamentale per affrontare bene ogni salto, anche questo dunque. Devi stare perfettamente centrale, né troppo avanti né troppo indietro, se imposti male sei finito perché prendi aria sotto gli sci e a quella velocità non hai speranze di tirarti su, è proprio quello che è successo ad Albrecht». Quanto alla pericolosità della discesa libera, conclude Ghedina, «mi fa sorridere chi se ne accorge solo dopo una brutta caduta. Ci sono stati casi drammatici come quello di Beltrametti, che ebbe una grande dose di sfortuna, ma chi fa discesa è ben consapevole della sua pericolosità e deve accettare il rischio, come il macellaio deve mettere in conto di potersi tagliare le dita maneggiando il coltello. Non esageriamo con l'allarmismo, se uno ha paura cambia mestiere e va a fare l'impiegato in banca. Non conosco discesisti che non amino il rischio, è quello che dà il brivido, la soddisfazione. C'è chi queste cose le prova giocando d'azzardo, puntando in Borsa... E chi invece sceglie sport pericolosi come il nostro». Daniel Albrecht, chiamato a definire con poche parole la discesa, poco tempo fa rispose così: è velocità, rischio e divertimento.