Ghedini: «C’è una sola verità i soldi non arrivano dal premier»

Mimmo Di Marzio

Avvocato Ghedini, l’intervista di David Mills al Sunday Telegraph apre nuovi spiragli di luce sul giallo dei 600mila dollari. Da legale di Berlusconi lo considera un punto per la difesa?
«Be’, diciamo che l’intervista è interessante e spiega forse una volta per tutte i motivi che indussero il teste ad avallare la tesi dei Pm di Milano. Sull’altro piatto della bilancia pesavano la paura di essere arrestato per riciclaggio, di dover dividere i quattrini con gli ex soci di All Iberian e di essere processato in Inghilterra per frode fiscale. Faccia lei...».
Mills però fa capire che le accuse gli sarebbero state in realtà «estorte» dalla procura al termine di 10 ore di interrogatorio. È possibile che un avvocato esperto come lui, pure assistito durante l’interrogatorio, firmi un verbale senza leggerlo per poi darsi «dell’idiota»?
«Anche un avvocato esperto può andare in difficoltà quando gli vengono poste gravi contestazioni a mezzanotte (la lettera firmata al commercialista) dopo un estenuante faccia a faccia. La mia esperienza mi insegna che, in quelle circostanze, la principale preoccupazione dell’accusato è di poter tornare a casa senza subire un avviso di custodia cautelare immediato. Così è avvenuto per Mills che soltanto dopo aver firmato il verbale si è reso conto di aver sottoscritto dichiarazioni false, cioè di aver ottenuto i soldi da una persona del gruppo di “mister B”. Nella sua ritrattazione c’è l’unica verità e cioè che i 600mila dollari gli provenivano da altri clienti».
Già: Briatore o l’imprenditore napoletano Attanasio. Tutti però hanno smentito...
«Non è esatto. Attanasio, ad esempio, non ha negato l’ipotesi che Mills, avendo una procura in bianco sui suoi conti, abbia di fatto trattenuto i soldi. Attanasio dice: io non glieli ho mai dati ma non può escludere che Mills non se li sia presi».
Un’ipotesi comunque verificabile. Farà parte della vostra linea difensiva?
«A noi interessa dimostrare che quei denari non provenissero dal gruppo Mediaset, come è nella realtà dei fatti. Quale cliente glieli abbia dati è un fatto che riguarda soltanto Mills».
Nell’intervista al Telegraph, l’avvocato inglese lamenta metodi aggressivi da parte dei Pm milanesi. Se ne stupisce?
«Purtroppo no, anche se come cittadino e come avvocato mi preoccupo. È diventato urgente che il nostro codice introduca nuovi limiti ai tempi di interrogatorio, soprattutto quelli senza difensore».
David Mills, che sulla vicenda ha cambiato più volte versione, oggi si definisce «un completo idiota», ma non un disonesto. Lei per quale definizione propende?
«Direi né l’una né l’altra. Mills è un avvocato che ha gestito molte grosse operazioni finanziarie e che a un certo punto si è trovato sul groppone un’accusa pesantissima. Lo definirei soltanto una persona spaventata».
La testimonianza dei commercialisti conferma le tesi della procura. Se Mills era spaventato, perché loro avrebbero dovuto mentire?
«Il punto è un altro. I fiscalisti riportano solo quello che Mills, mentendo, ha voluto loro far credere per sfuggire al fisco inglese, ma anche ai soci di All Iberian che pretendevano la loro parte del dividendo che ammontava a un milione e mezzo di sterline. Quei 600mila dollari Mills li voleva tutti per sé ed è per questo che si è inventato la favola della “regalia”».
Mills dice di sentirsi una pedina della caccia alle streghe lanciata in vista delle elezioni italiane. È d’accordo?
«Sono 12 anni che assistiamo ad attacchi giudiziari a orologeria che poi, puntualmente, si rivelano insussistenti. Le pare normale che si depositino solo oggi, a un mese dal voto, gli atti di un’inchiesta che risale al 2001?».
Il caso sta avendo una vasta eco sui mass media ora anche stranieri. Pensa che possa nuocere al voto e all’immagine internazionale del premier?
«Per quanto riguarda il voto, sono convinto che ormai gli italiani si siano fatti un’idea chiara di un certo uso politico della giustizia. Il secondo aspetto invece mi preoccupa di più perché all’estero non hanno gli strumenti per comprendere la realtà che stiamo vivendo».
Qualcuno sostiene che, grazie alla «ex Cirielli», quest’inchiesta è destinata alla prescrizione. Nel 2008...
«La verità è che, proprio in virtù della vituperata legge, avevamo fatto una proposta alla procura: la sospensione della prescrizione purché gli atti, di cui abbiamo chiesto invano una copia, rimanessero secretati fino a dopo le elezioni. Si poteva aspettare ed eravamo anche disponibili a un interrogatorio del premier. Invece...».
Invece?
«I Pm hanno depositato gli atti e tutto, come al solito, è finito in bocca alla stampa che ovviamente pubblica solo le parti negative dell’inchiesta».
Ora cosa succederà?
«Abbiamo chiesto una proroga dei termini perché vanno esaminati 24 faldoni, un’immensità. Ma non ho dubbi: alla vigilia del voto arriverà la richiesta di rinvio a giudizio».