GHIRRI&MORANDI L’infinito nelle piccole cose

In mostra a Carpi 400 fotografie scattate nello studio dell’artista a Bologna e nel suo rifugio sull’Appennino

Molti fotografi sono stati attratti dallo studio di Morandi in via Fondazza, a Bologna: Berengo Gardin, Lionni, Monti, Ghirri, per citare solo i principali. Una spiegazione c’è. Morandi sapeva che non è eludendo la realtà che si può oltrepassarla. Non è eliminando la fisicità che si giunge alla metafisica. Sapeva, insomma, che non c’è contrasto fra oggettività e astrazione, e che proprio la concretezza dimessa di un vaso o di una bottiglia può condurre a quell’oltre che aveva sempre cercato. «Non c’è nulla di più astratto del reale» diceva.
Questo, i fotografi l’hanno sempre capito, e a volte hanno compreso il mondo morandiano più di tanti studiosi. Pensiamo a quanti critici, negli anni fra le due guerre, hanno esaltato, equivocando, un Morandi crepuscolare. Oppure a quanti, negli anni Cinquanta, lo hanno accusato, equivocando ancora di più, di occuparsi solo delle «piccole cose», di essere un pittore intimista e non un araldo della rivoluzione, dell’impegno sociale. Invece a Morandi non interessavano le cose in se stesse, tanto meno quelle piccole. Semmai gli interessava l’invisibile che si può intuire attraverso di esse. Mai avrebbe fatto a meno di una bottiglia: ma non per una vocazione verista, quanto perché aveva capito che lì si manifesta il mistero. Le cose sono elementi necessari, ma non sufficienti: sono un punto di partenza indispensabile, ma guai se diventano un punto di arrivo.
Quasi a confermare, anzi a spiegare e a dimostrare quello che fin qui siamo andati confusamente dicendo, giunge opportuna la raffinata mostra «Il senso delle cose. Luigi Ghirri e Giorgio Morandi», aperta a Carpi dal 16 settembre. Si tratta di una rassegna incentrata appunto sulle fotografie che Ghirri (Scandiano 1943 - Reggio Emilia 1992) ha dedicato a Morandi, ma comprende anche una serie di tele, acquerelli e incisioni del maestro bolognese. Al catalogo, curato da Paola Ghirri e edito da Diabasis, si affianca un’approfondita monografia di Ennery Taramelli, Mondi infiniti di Luigi Ghirri (ancora Diabasis).
La campagna di documentazione morandiana, che conta oltre quattrocento scatti, inizia nel 1990. Ghirri visita lo studio di via Fondazza e si reca anche a Grizzana, il paese sull’Appennino dove il maestro trascorreva le estati. Lui stesso ricorda di essere rimasto colpito dalla «magica immobilità» di quello studio nel centro antico di Bologna. Lo incuriosisce anche il racconto delle peripezie attraversate da Morandi quando, negli anni Sessanta, avevano costruito un enorme condominio giallino davanti alle sue finestre, alterando la luce delle stanze. Per fortuna alcune strutture in tela, progettate appositamente, avevano ristabilito la giusta luminosità.
Quello che più di tutto affascina Ghirri, però, è il rapporto di semplicità e di naturalezza che Morandi aveva con gli oggetti e col paesaggio, mentre oggi, scrive, «fotografia, cinema, letteratura ecc. è come se fossero colpiti da una forma di indicibilità se non di afasia, quando si trovano a incontrare il mondo esterno». Alla ricerca di quella naturalezza, che è il contrario del naturalismo, Ghirri entra dunque nello studio di via Fondazza. Prima, anzi, fotografa la porta: un semplice uscio di legno, del tutto privo di vezzi estetici o bohémien, munito invece di un buon numero di serrature. Perché Morandi è un pittore autentico, e non ha bisogno di recitare la parte dell’artista.
Ghirri indaga poi i locali: il letto spoglio, come d’ospedale, il cavalletto tra il tavolo e la finestra, l’orologio rotondo e qualche quadro appesi alle pareti. Su una mensola è disposto il repertorio dei soggetti morandiani: il vaso a tortiglioni, la zuccheriera, la bottiglia a collo alto, la tazza scanalata. Accanto ad essi, allineati come in una farmacia antica, ci sono i flaconi di trementina e acquaragia, i vasetti di pigmenti e diluenti, l’olio. Poi i libri: qualche classico (si distingue un’edizione delle Prose di Leopardi) e pochi altri volumi, ma letti e riletti, come dimostrano le copertine sgualcite.
Ghirri, ancora, fotografa le cornici, i telai arrotolati, le tele bianche già «tirate» e pronte per l’uso. Fotografa un gruppo di matite, alcune ben appuntite, altre ridotte al mozzicone ma usate caparbiamente fino all’ultimo. Fotografa pennelli con la setola consunta, tubetti schiacciati, stracci macchiati di colore, inquadrando oggetti e strumenti di lavoro in una rigorosa geometria, in un calcolato gioco di luci, secondo ordine e misura.
Le fotografie di via Fondazza e di Grizzana diventano una lezione di estetica. Fanno capire l’arte di Morandi, ma fanno anche capire perché i Greci chiamavano l’arte techne. Cioè, pressappoco, mestiere.
LA MOSTRA
Il senso delle cose. Luigi Ghirri e Giorgio Morandi, a cura di Ernesto Tuliozi, 16 settembre-1 novembre, Carpi a Palazzo Brusati Bonasi.