Giù le aliquote e Berlino corre

Berlino. All’inizio del suo mandato Angela Merkel aveva promesso due cose che sembravano incompatibili: ridurre le tasse e risanare i conti pubblici. O l’una o l’altra, dicevano gli scettici. E invece, già a metà legislatura, la Cancelliera ha mantenuto la promessa e vinto la scommessa. Ha tagliato di oltre 18 punti la tassa sulle imprese (da 38,6% a 30%), ha ridotto l’aliquota sui redditi più bassi e per la prima volta dalla riunificazione il bilancio dello Stato registra un attivo. Fino a due anni fa la Germania era la pecora nera di Eurolandia con deficit di bilancio sempre superiori al tetto massimo del 3% fissato dai trattati di Maastricht. Ora invece è di nuovo tra i Paesi virtuosi. Secondo gli analisti il rovesciamento di tendenza è dovuto principalmente a due fattori. Il forte contenimento della spesa pubblica avviato dalla Cancelliera e dal suo ministro delle Finanze, il socialdemocratico Steinbruck, attraverso riforme coraggiose come l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni. La ripresa della crescita economica, grazie a una serie di stimoli decisi dal Governo, che ha creato nuovi posti di lavoro contribuendo così ad aumentare le entrate fiscali. Ma c’è un terzo fattore decisivo: la compattezza della Grosse Koalition sulle cose da fare anche a costo di prendere decisioni impopolari.