«Già condannato sui giornali, vincerò in aula»

Intervista a Enrico Preziosi, pronto a combattere per regalare al Genoa un’altra serie A

Giorgio Gandola

Stamane alle 9 sale sul banco degli imputati, bersaglio dei giudici e del mondo del calcio, difeso da cinque avvocati e da mezza città di Genova. La sua condanna sta dentro una valigetta che forse non esiste. La sua salvezza dentro i codici che definiscono illegali le intercettazioni. Ma per Enrico Preziosi questo non è un gioco, è il processo della vita. E per il Genoa è un weekend di sospensione dell’esistenza, a metà strada fra salti di gioia e un salto nel buio della C1.
Presidente Preziosi, sta per entrare la corte. Con che spirito la affronta?
«Non avrei voluto arrivare fino a qui. Sono avvilito, so che dovrò subire un processo duro, indiziario, indirizzato dai media. Ma andrò sino in fondo, ho il dovere di difendere la mia onorabilità e i miei tifosi. I giudici faranno il loro dovere, noi il nostro. Mi resta una speranza: essere giudicato oltre ogni ragionevole dubbio. Le sentenze già scritte sono avvilenti. E l’Italia di questi anni ne ha conosciute già troppe».
Ma ci sono le intercettazioni, c’è una storia apparentemente definita.
«Ecco, apparentemente. Ma noi siamo puliti, abbiamo tutte le carte in regola per continuare a camminare a testa alta. Ci sono le intercettazioni, ma in istruttoria abbiamo chiarito parecchie cose. Non creda che sia stato semplice, non è mai piacevole finire nella morsa della giustizia. Quella sportiva, poi, è particolare. Perché quando sei lì, tu non rappresenti solo te stesso, ma una città, una tifoseria, un mondo».
Cosa le fa più paura di questo processo?
«Nella giustizia sportiva non esiste la presunzione d’innocenza. Ma di colpevolezza. Dobbiamo dimostrare di essere innocenti. Dobbiamo farlo davanti a un’accusa incalzante. Lo faremo, ma questa è un’anomalìa a cui porre fine, è una visione da ghigliottina della giustizia. Tutto ciò è contro l’ordinamento democratico. E c’è un dettaglio ancora più aberrante: non si può essere giudicati sui giornali prima del processo».
Quelle telefonate sono inequivocabili.
«Quali frasi? Se si riferisce a me, non c’è un’intercettazione in cui io posso essere accusato di combine. Mi ricordo la sera della partita col Venezia. Qualche ora prima ho parlato al telefono con mia moglie e le ho detto: speriamo di farcela, speriamo che non sia tremenda come contro il Piacenza. Ero tesissimo, a cinque minuti dalla fine del primo tempo sono sceso negli spogliatoi per rincuorare i ragazzi, per dare la carica in vista della ripresa. E non mi sono neppure accorto che avevamo pareggiato. Al 90° la tensione era tale che temevo mi venisse un ictus».
Scusi presidente, e la valigetta con i soldi?
«L’ho ripetuto mille volte, quella valigetta non esiste. La valigetta è la mia perdizione perché ha colpito l’immaginario collettivo. Ma era un sacchetto con dentro il denaro, l’incasso della società, con tanto di fascetta con scritto: Genoa Calcio. Tutto alla luce del sole, altro che misteri. Ho 19 aziende, non sono così stupido...».
Però l’accusa parla della valigetta, del denaro, dei contatti.
«Staremo a vedere. Questa gogna mediatica, durata 40 giorni, mi ha rovinato. L’inchiesta ha indebolito la mia immagine come non mai. Do lavoro a duemila persone in Italia e a molte all’estero. E il calcio mi ha regalato questo».
Succede, ci sono ombre.
«Ma quali ombre. Ho comprato una società con 22 milioni di debiti e ne ho messi 14 cash solo l’altro giorno, in sei ore, per adempiere agli obblighi di legge. Ci sono in giro illeciti amministrativi pesantissimi, ci sono società che hanno avuto anni di tempo per difendersi. Noi no. Due giorni di processo, poi la sentenza. Tutto questo non mi piace».
I suoi legali parlano di intercettazioni illegittime.
«E ne parleranno anche oggi. Io non giudico i giudicanti. Gli investigatori hanno messo le cimici anche a un non indagato. Le pare normale? E adesso, dopo un bel processo sui giornali, in tre giorni si tiene quello vero. Solo contro di noi. Il garantismo a orologeria non è giustizia».