Giù per gli scalini

Adesso si aggrappano alla verifica. Dopo aver minacciato la rivoluzione, quelli che una volta erano comunisti oggi rischiano di perdere non solo falce e martello ma anche la faccia. Che il loro progetto di partito di lotta e governo fosse fallito era chiaro da tempo, ma mai nessuno aveva messo in dubbio la loro credibilità. Oggi, invece, dopo l'ultimo, ennesimo, penultimatum quel che resta di Rifondazione non è altro che un manipolo di eletti asserragliati in Parlamento. Credevano che sostituire il Capitale di Marx con il programma di Prodi fosse la chiave per governare invece di essere governati: alla fine del 2007, invece, anche i più dissidenti si nascondono dietro la disciplina di partito per votare una fiducia che hanno irrimediabilmente perso.
Sessantasette uomini, 40 deputati e 27 senatori, sbeffeggiati, sconfitti e umiliati da Dini, un uomo senza partito e con due soli senatori. Una disfatta che nemmeno l'orgoglio di una diversità ormai perduta può mitigare. Cossiga si diverte a infierire: «È sublime come Prodi li stia prendendo per il culo».
La loro àncora di salvezza si chiama scalone che dovesse saltare il governo entrerebbe in vigore. Ma quanti scalini sono stati costretti a scendere per difendere una bandiera sempre più bianca? Hanno divorziato dai movimenti. Hanno litigato con i pacifisti. Hanno perso il contatto con i lavoratori. Tutto questo per Prodi. O come malignano in molti per Bertinotti e la sua comoda poltrona alla Camera. E nemmeno la permanenza dell'unico ministro, Ferrero, sembra più una scelta politica, ma un modo per evitare che possa catturare il mal di pancia della base minacciando la segreteria di Giordano.
Parlano di strappo, di verifica, di voto alla fiducia «per vincolo al nostro popolo». Ma quel che resta delle tante, troppe parole, è l'immagine di un partito che parla molto ma non dice più nulla. Il welfare doveva rappresentare la loro linea maginot. Ma proprio come la linea maginot la loro difesa si è trasformata in un'altra disfatta. È dal 23 luglio che discutono del protocollo: hanno alzato i toni, minacciato la crisi, promesso la resistenza scendendo in piazza contro il governo il 20 ottobre. Ieri hanno potuto soltanto convocare una segreteria urgente per certificare la loro impotenza: votiamo la fiducia. Eppure del testo così contestato a luglio non è cambiato nulla. O meglio sono cambiati loro, i post ex comunisti. Ormai non fanno paura più a nessuno. Forse soltanto ai loro elettori.