È già al sicuro in Italia l’afghano convertito

Al suo arrivo ringrazia il governo: «Sono felice di essere qui». Berlusconi lo ha definito «una persona di grande coraggio». Il Parlamento di Kabul condanna la scarcerazione

Fausto Biloslavo

Due sole udienze e Abdul Rahman è stato condannato a morte, per aver abbandonato l’Islam. Solo dopo la Corte suprema è intervenuta annullando il processo e aprendo la strada alla sua scarcerazione. Il Giornale è in possesso del video del processo in cui il procuratore chiede la pena di morte per l’apostata, che si difende a spada tratta ribadendo di essere un credente, seppure in Gesù Cristo, mentre il giudice mostra come prova della colpevolezza la Bibbia che gli hanno trovato in casa.
«Lo confesso, sono un cristiano, ma non un apostata ­ sostiene Rahman in tribunale ­. È vero, mi sono convertito dall’Islam arrendendomi a Dio. Credo in Giovanni, nello Spirito Santo e in Gesù». Quarantun anni, magro, capelli a spazzola e volto scavato, il cristiano afghano si difende da solo. Il giudice Ansarullah Maoulawizadah non gli permette di sedersi, e attacca subito chiedendogli: «Sei nato nella casa di un musulmano. Tuo padre ti ha denunciato, ma perché ti sei convertito?».
Rahman risponde difendendo il cristianesimo: «Signor giudice, non si tratta di una cattiva religione. Ho fatto la mia scelta grazie alla benevolenza di Dio. Penso che tutti devono poter scegliere. Rispetto chiunque abbia una fede. Credo in Gesù e nella libertà di religione». A questo punto denuncia «maltrattamenti, pestaggi e insulti da parte del procuratore». Non solo durante gli interrogatori, ma anche nel centro di detenzione di Kabul sarebbe stato minacciato e preso a schiaffi per la sua scelta di fede. Indica anche le guardie facendo dei cenni con il capo.
Il giudice taglia corto e chiede all’imputato di raccontare la storia della sua conversione, che è avvenuta a Peshawar, in Pakistan, il giorno di Pasqua di 16 anni fa grazie a Interlet, un’organizzazione non governativa per cui lavorava, diretta da un americano. Gli fa presente che è stato denunciato non solo da suo padre, ma da tutta la famiglia, compresa la moglie e le figlie. «Sono vittima di un complotto ­ sostiene -. Una volta mia madre ha addirittura bruciato la Bibbia, spinta dall’odio».
Il giudice gli mostra la Bibbia sequestrata chiedendogli di cosa si tratta, e Rahman risponde orgoglioso: «È il libro sacro in cui credo». Allora il magistrato replica: «Questo vuol dire che non credi nel Corano?», cercando di farlo cadere nella trappola dell’apostasia. Lui se ne rende conto e risponde: «Non ho nulla contro l’Islam. Sto solo dicendo che prima ero musulmano e ora sono cristiano».
Interviene il procuratore, Wasih Khan, un ometto vestito di grigio con la camicia bianca senza cravatta e la barba spruzzata d’argento. Spiega il fondamento dell’accusa, ovvero il fatto che Abdul Rahman creda nel Taslis (il Padre, il Figlio e lo Spirito santo) e che abbia «partecipato a cerimonie religiose del cristianesimo diventando apostata». Il procuratore invita più volte Rahman a pentirsi e a tornare ad abbracciare l’Islam. «Purtroppo non ha mostrato timore e non ha voluto accettare la realtà rimanendo un eretico ­ spiega il pubblico accusatore ­. Per questo motivo deve essere punito secondo la legge islamica». Questo è il momento più grave, in cui il pubblico ministero si appella a una shura del Corano e cita le parole del profeta Maometto secondo il quale «chi si converte deve essere ucciso».
Secondo Wasih Khan, «la punizione per il tradimento è la pena di morte, e un apostata è un traditore che insulta Allah e il suo Profeta violando la legge di 1,6 miliardi di musulmani nel mondo». Citando alcuni articoli della Costituzione afghana, il procuratore rincara la dose parificando l’apostasia a «un cancro che divora il credente, soprattutto nella società afghana, che va estirpato». Per estirparlo il procuratore non ha dubbi sul da farsi: «Nel rispetto dei versi del Corano e della Costituzione dell’Afghanistan chiedo che la Corte sentenzi la più dura forma di punizione, la pena di morte».
Rahman si difende con coraggio: «Accetto la decisione della Corte, anche se dovesse essere la sentenza capitale, ma non sono un infedele, sono un cristiano». L’imputato coinvolge anche alcuni esponenti in vista del nuovo potere afghano spiegando di aver deciso di tornare dalla Germania, dove viveva in esilio, dopo aver ascoltato alla radio l’appello del presidente Hamid Karzai rivolto ai rifugiati. «Gente come Yahya Massoud (numero due dell’ambasciata afghana in Svizzera, nda) fratello di Ahmad Shah (il famoso comandante anti-talebano ucciso da Al Qaida due giorni prima l’11 settembre, nda) e il viceministro degli Esteri, Haider Reza (appena nominato ministro del Commercio e dell’Industria, nda), sono credenti come me e figure di spicco» sostiene Rahman.
L’udienza in cui è stata chiesta la condanna a morte è del 16 marzo. Pochi giorni dopo Rahman è di nuovo in aula. Il giudice Maoulawizadah lo invita a rinnegare il cristianesimo e Rahman rifiuta ancora. Allora il giudice emette la sentenza: «Se non si pente della sua conversione non resta che punirlo con la morte».
(Ha collaborato Bahram Rahman)