In giacca da uomo ma sotto sotto è un trionfo di colore

ParigiÈ una gardenia d'acciaio, un'orchidea spuntata dentro l'aiuola spartitraffico, la rosa che ha messo radici nella spaccatura del cemento. Abita il suo potere con grazia e decisione ma senza arroganza. La donna che Raf Simons ha immaginato per la collezione Dior del prossimo inverno è come quella che Monsieur Christian fece sfilare il 12 febbraio 1947: una creatura nuova, mai vista prima anche se in molte cose ti fa pensare a un fiore. Il giardino di Milly-la-Foret in cui il grande couturier francese aveva trovato l'ispirazione per le sue leggendarie forme (a corolla, a tulipano, a rosa in boccio) cede il posto allo scenario urbano da cui attinge il talentuoso designer belga per tratteggiare l'immagine della sua donna di potere. I fiori non sono più profumati mughetti o delicati lillà: brillano d'innumerevoli Led colorati sul soffitto dello spazio nel Museo Rodin in cui si svolge la sfilata. Le ragazze sono issate su incredibili decolleté con zeppa colorata e tacco scultura: una via di mezzo tra la scarpa da ginnastica, il modello da rockstar e la più classica scarpina da working woman. Sopra c'è di tutto: spettacolari cappottini a redingote stretti al corpo da una curiosa allacciatura a stringhe che in certi casi ricorda il corsetto settecentesco, in altri la sneakers. Tutto il resto è un gioco straordinario che comincia dai colori: il cappotto rosa sul tailleur pantaloni bordeaux, la pelliccia di visone turchese sul braccio della modella in verde bottiglia, il doppio e triplo vestito costruito intorno ai più improbabili accostamenti cromatici. Le forme sono di base molto maschili ma poi ci sono le maniche a tre quarti costruite a cornucopia, oppure le sciarpe con gigantesco volant che sostituisce la gonna. «Non c'è niente di più nuovo del vecchio» motteggia ma non troppo Alberto Biani davanti alla sua meravigliosa collezione uguale eppure diversa da tutte le altre. «Teorizzo l'errore come forma di eleganza» risponde lui quando gli chiedi perché mette il gilet sopra al paltò e tutto sembra cucito da un sarto in Savile Row. Alle ragazze propone d'indossare i pantaloni del fidanzato, il gilet del nonno e la giacca del papà: tre gessati diversi che insieme stan da Dio. E alle donne regala lo stesso cappotto in 25 colori: uno per stato d'animo e, possibilmente, per borsa Hermès. Tutta diversa l'atmosfera della prima sfilata Lanvin che proprio non ci piace: un colpo al cuore per cupezza e difficoltà. Alber Elbaz che in genere regala alle donne il glamour e l'allegria, la leggerezza e un lusso sorridente, stavolta le veste di frange, volant, cappelli piumati, tessuti scuri, pesanti e poco versatili: un vero e proprio mappazzone. Speriamo si riprenda in fretta. Bravissimo invece Miyamae, il designer che da cinque stagioni firma le collezioni di Miyake. Stavolta è partito dalla forza e dalla maestosità degli alberi per reinventare quel formidabile tessuto pieghettato (si chiama pleats please) che ha fatto la fortuna del brand. Circolare come gli anelli che nel legno segnano l'età il cosiddetto «ringed pleats» è seducente e divertente come non mai. Le piccole cappe, per esempio, trasformano le modelle in deliziosi funghi da fumetto. Un manga ambientato in un bosco incantato.