Giacomo Matteotti, la vita dimenticata del socialista che sfidò il Duce

Il deputato socialista ucciso nel 1924 era un eroe scomodo: non piaceva ai comunisti che volevano il primato antifascista. Un saggio di Gianpaolo Romanato ricostruisce il Matteotti prima del mito

Ci sono personaggi storici la cui esistenza, i cui pregi e i cui difetti, dipende dalla grandezza o dalla brutalità di un singolo avvenimento che li riguarda. La loro vita, più o meno lunga, viene sublimata in un singolo evento, o quantomeno letta in funzione di un singolo evento, che concentra l’attenzione degli storici, creando un effetto deformante, paragonabile a quello di una lente che ingrandisce vicino alla focale e distorce il resto.

Tra i tanti esempi si potrebbe citare quello di Giacomo Matteotti (1885-1924), il deputato socialista che ebbe il coraggio, lui solo, di contestare le elezioni del 6 aprile 1924 sottoposte a forti intimidazioni da parte del partito fascista: «Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto». Il rapimento e l’uccisione avvenuta dopo una decina di giorni dal suo intervento parlamentare del 30 maggio 1924 (la vulgata vuole che terminato di parlare si volgesse ai suoi compagni dicendo: «Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me») ne hanno fatto un eroe antifascista, seppure un eroe scomodo. Il regime mussoliniano ne ha oscurato la memoria per un ventennio.

Dopo la Seconda guerra mondiale gli sono state dedicate decine di piazze e strade, ma la sua figura ha sempre riscosso poca simpatia tra gli eredi della Resistenza di orientamento comunista: era un vero smacco che il primo martire dell’antifascismo fosse un socialista molto poco incline a farsi sovietizzare. Del resto già Gramsci lo aveva definito a pochi giorni dalla sua morte «pellegrino del nulla». E ancora la pubblicazione integrale dei suoi scritti avvenuta solo a partire dagli anni Settanta, e non ancora ultimata, fu rifiutata da Einaudi. Gli studi quindi sono lacunosi e spesso concentrati solo sull’omicidio, nel tentativo - destinato a ottenere pochi risultati - di stabilire se Mussolini avesse direttamente ordinato il rapimento.

Ecco perché allora Un Italiano diverso. Giacomo Matteotti (Longanesi, pagg. 336, euro 20) di Gianpaolo Romanato, storico contemporaneista dell’università di Padova, è un saggio veramente importante. Ricostruisce il Matteotti prima del mito, ci restituisce un Matteotti vivo raccontando la complessa storia della sua famiglia profondamente borghese in un Polesine dilaniato dallo scontro tra agrari e braccianti. Mette in luce l’importanza del rapporto con la moglie Velia Titta (cattolicissima), la straordinaria preparazione giuridica di Matteotti, a cui si deve un fondamentale libro sulla recidiva e molti saggi che avrebbero potuto assicurargli facilmente una cattedra universitaria.

Senza contare i 106 discorsi parlamentari di cui la storiografia ha dimenticato la gran parte, concentrandosi solo sull’ultimo: da essi appare tutta la forza e l’irruenza del giovane deputato socialista che ben prima di sfidare Mussolini mise sulla difensiva avversari, culturalmente ben più preparati, come Giolitti e Croce. Questo è il Matteotti che Romanato ci restituisce, con la sua ansia di giustizia sociale, ma anche con i suoi limiti, come l’incapacità di fermare la violenza rossa che nel Polesine avrebbe scatenato la feroce reazione agraria, avvantaggiando i fasci. Ed è un Matteotti non certo meno interessante di quello santificato nelle targhe sbiadite.