«Gialli» e «rossi», resa dei conti dopo tre anni di faida politica

L’inizio di tutto, l’origine della faida politica e sociale che divide la Thailandia e innesca di volta in volta le rivolte di «gialli» e «rossi», risale a meno di tre anni fa. La data fatidica è il 19 settembre 2006 quando i generali approfittando di una visita all’estero del primo ministro Thaksin Shinawatra sciolgono il suo partito, lo costringono all’esilio e indicono nuove elezioni. Quel colpo di stato è molto diverso dai 17 susseguitisi dal 1932 in poi. Quel golpe deciso dai generali, ma avallato dall’82enne re Bhumibol Adulyadej, dalla magistratura e dalle tradizionali élite di potere è all’origine di tutte le turbolenze. Da allora i rossi, riscaldati da un 59enne esule Thaksin in perenne video conferenza da Londra, Dubai o New York, non perdono occasione per aprire la strada al ritorno del carismatico leader inseguito da una condanna per corruzione inflittagli in sua assenza. I gialli, unificati sotto i colori della dinastia regnante, sono prontissimi a neutralizzare i suoi tentativi di rimettere le mani sul potere. Lo scorso anno - dopo aver costretto alle dimissioni a settembre il premier Samak Sundaravej - non esitano, a fine novembre, a occupare i due aeroporti di Bangkok e a mettere in ginocchio il turismo pur di cacciare Somchai Wongsawat il cognato del magnate impostosi alla guida di un nuovo esecutivo. Ma ora sono i «rossi» di Thaksin a minacciare il premier Abhisit Vejjajiva, figlio della rivolta gialla di dicembre.
A ispirare la nuova sedizione c’è ancora l’ex colonnello della polizia Thaksin Shinawatra fondatore di un impero basato su telefonini e piccolo schermo, dominatore delle elezioni del 2001 e unico premier thailandese ad aver governato per un intero mandato. In quei cinque anni al potere Thaksin trascura le tradizionali élite di potere per tendere la mano al popolo delle campagne a quei contadini commercianti e piccoli imprenditori che ancora lo venerano come loro paladino. Quello scontro tra la Thailandia delle risaie e quella del re, dei generali e dei poteri forti riassume la rivalità tra gialli e rossi. Una contrapposizione tra l’ordine costituito e ceti emergenti non più disposti ad accettare la volontà del sovrano e di una casta di generali sempre pronta a usare i carri armati per contrapporsi alla politica. Ambizioso, energico, populista Thaksin usa i voti conquistati con il partito Rat Thai rat (I thailandesi amano i thailandesi) per estendere l’assistenza sanitaria anche all’ultimo contadino, modernizzare il sistema scolastico, e combattere le conseguenze della terribile crisi economica del 1997 concedendo crediti mirati ad agricoltori e piccole imprese.
La sua lotta alla burocrazia, espressa nel motto «l’azienda è un paese, il paese è un’azienda», gli attira gli anatemi di chi lo accusa di demagogia, autoritarismo e scarso rispetto per le autorità. Le contraddizioni non mancano. Mentre lancia una spietata guerra alla droga - contrassegnata dalla spiccia eliminazione di 2.300 fra autentici trafficanti e piccoli spacciatori - garantisce alle aziende di famiglia contratti miliardari con i generali narcotrafficanti della giunta di Rangoon. Proprio la vendita di quelle aziende a una multinazionale di Singapore in cambio di un miliardo e mezzo di dollari innesca nel 2006 le prime dimostrazioni contro di lui e l’accusa di aver approfittato del suo potere per evadere le tasse e svendere all’estero un’azienda di valore strategico.