Gialli e «tradimenti», l’America si ferma per il Super Bowl

Miami Come ogni anno, al Super Bowl arrivano stremati tutti: addetti dell’organizzazione, forze di polizia, giornalisti, tifosi. I più freschi sono sempre i giocatori. Meno male, visto che sarà compito loro assicurare il valore dell’ultimo atto, il più importante, l’unico che davvero conti: per quanto la Nfl e il comitato organizzatore locale si diano da fare per riempire di eventi la settimana che precede la sfida, infatti, tutte le feste, i concerti, le premiazioni si dissolvono all’approssimarsi del calcio d’inizio, che sarà questa sera alle ore 18.29 locali, le 0.29 in Italia, dove la sfida tra Indianapolis Colts e New Orleans Saints verrà trasmessa in diretta da Raisportpiù (prepartita già dalle 22), Rai2 e da Espn America (canale 214 del bouquet Sky), con differita su Dahlia Sport domani dalle 21.30.
Quest’anno poi i temi sono così numerosi che il semplice alternarsi tra l’uno e l’altro ha riempito gran parte degli spazi di quotidiani e programmi televisivi: per iniziare, stella degli Indianapolis Colts, e già vincitore del Super Bowl 2007 giocato proprio a Miami, è il 33enne quarterback Peyton Manning, che è però nato e cresciuto a New Orleans, città nella quale il padre Archie tuttora abita e in cui ha giocato per dodici anni, ai tempi in cui i Saints non ne azzeccavano una. In settimana, per delizioso paradosso, Archie Manning ha rappresentato i... Saints alla premiazione della loro linea offensiva come migliore della Nfl nel 2009, destreggiandosi con la solita bonomia e avvolgendo il suo forte accento del sud, trasmesso anche ai figli (un altro, Eli, ha vinto il Super Bowl del 2008), attorno a concetti semplici e accorati, ribadendo il tifo per Peyton ma anche la soddisfazione nel vedere New Orleans finalmente alla ribalta per qualcosa che non siano le disgrazie seguite all’inondazione causata dall’uragano Katrina, nel 2005. Da New Orleans ad Haiti, la cui cultura ha tra l’altro forte radicamento nella città della Louisiana: haitiani di origine sono infatti due giocatori che saranno avversari in campo, Pierre Garcon dei Colts e Jonathan Vilma dei Saints.
Ma c’è un altro intreccio curioso: Drew Brees, 31 anni, l’ottimo quarterback texano dei Saints, fece l’università, tra 1998 e 2001, a Purdue, college dell’Indiana, e da quella prossimità geografica nacque un rapporto di stima reciproca proprio con Manning, che del resto del football non è solo praticante a livello professionistico, ma anche appassionato, tanto che uno dei suoi riti, prima di ogni partita, è leggersi da cima a fondo il programma ufficiale (quello del Super Bowl è spesso come un libro: auguri). Pure Brees, come Manning, viene da una famiglia di atleti, ma con minore notorietà nazionale, e con un risvolto drammatico. Padre ex giocatore di basket, zio ex quarterback alla University of Texas, madre eletta tra le migliori liceali texane in pallavolo, basket e atletica. Ma proprio la madre rappresenta uno dei grandi dolori recenti di Brees: che nel 2001 aveva declinato di averla come... procuratore, e nel 2006 aveva dovuto poi chiederle di non usare più una sua foto nello spot elettorale con il quale la signora, di professione avvocato, intendeva sostenere la propria candidatura a una Corte d’appello del Texas. È finita malissimo: il 7 agosto scorso Mina Brees è stata trovata morta a casa di un’amica, e dopo un mese l’autopsia ha rivelato che si era trattato di suicidio per overdose di farmaci.
Una tragedia tenuta in secondo piano, nella settimana pre-Super Bowl, e meno male per Brees, che è un esempio di positività e di grinta: dovesse dare ai Saints il primo Super Bowl della storia, alla loro prima apparizione, anche il titolo di Re di una delle tante sfilate del Mardi Gras, il celebre carnevale di New Orleans in scena proprio in questi giorni, gli starebbe stretto.