Gialli insoluti, il tempo un prezioso alleato

Importanti passi in avanti nell’inchiesta sul delitto Cesaroni: individuato un codice genetico maschile

Pensavamo che non ne avremmo più sentito parlare, che sarebbero finiti per sempre in archivio sotto la voce «gialli insoluti». E invece ecco che, a distanza di oltre un decennio, si torna ad indagare sui delitti senza un colpevole che hanno riempito per anni le pagine della cronaca non solo romana e appassionato l’opinione pubblica: l’omicidio di via Poma, poi quello dell’Olgiata. Ma anche sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, sulla quale i magistrati hanno ripreso a lavorare nel 2004, vent’anni dopo, per battere anche l’ennesima pista che voleva la ragazza ancora viva, inquilina misteriosa di un palazzo a due passi dal Vaticano.
Come se il passare del tempo non cancellasse le tracce di un mistero, ma contribuisse a renderle visibili. Certo è così nel caso dei delitti, dove in assenza di testimoni la prova scientifica è determinante e le nuove tecniche di indagine, assai più sofisticate di un tempo, vedono dettagli prima impossibili da rilevare, anche in presenza di singole cellule molecolari trovate nel sangue, nella saliva o in un capello del probabile killer. Anche anni fa era possibile incastrare un assassino attraverso il suo codice genetico, ma era molto più difficile e gli investigatori per estrarre il Dna dovevano avere a disposizione consistenti tracce di sangue. Ora basta un residuo piccolissimo, anche invisibile ad occhio nudo, visto che anche le tecniche per individuare le tracce lasciate dall’autore di un delitto hanno fatto passi da gigante.
Ecco così che i magistrati si ritrovano alle prese con i vecchi casi e la verità non sembra più irraggiungibile. Negli ultimi due anni, dopo la riapertura dell’inchiesta, i magistrati della Procura di Roma si sono dati un gran da fare per cercare di dare un volto al killer di Simonetta Cesaroni, la giovane uccisa in via Poma il 7 agosto del 1990. La speranza di arrivare a qualcosa di concreto è nelle mani dei carabinieri del Ris di Parma, che entro la fine del mese devono consegnare al pm Roberto Cavallone e al procuratore aggiunto Italo Ormanni i risultati degli esami di laboratorio effettuati su una macchia trovata sul corpetto indossato dalla vittima. E gli esperti non hanno lavorato a vuoto: sono riusciti ad isolare un Dna diverso da quello di Simonetta, sicuramente di un uomo, probabilmente dell’assassino. Il codice genetico sarebbe già stato confrontato con quello dei sospettati all’epoca finiti sotto inchiesta e con quello di chi si era sottoposto volontariamente al prelievo, 17 persone in tutto. L’esito è stato negativo: il Dna in mano agli investigatori non apparterrebbe a nessuna di queste. Il killer, dunque, potrebbe essere qualcuno che non è mai stato sfiorato dall’indagine e questo renderebbe tutto più difficile a distanza di tanto tempo.
Spera che la nuova inchiesta sull’omicidio di sua moglie abbia sviluppi inaspettati anche Pietro Mattei, che nei giorni scorsi ha chiesto e ottenuto che i magistrati ricominciassero ad indagare per scoprire chi, il 10 luglio del ’91, ha ucciso la contessa Alberico Filo Della Torre nella sua villa dell’Olgiata. Anche in questo caso a convincere la Procura a giocare l’ultima carta è stata la certezza che le nuove tecniche di indagine oggi possono fare molto più di quanto non fosse possibile quindici anni fa, quando l’analisi del codice genetico muoveva i primi passi. Adesso i pm disporranno nuove analisi del Dna sui reperti sequestrati sulla scena del delitto e ai due indagati di allora, Roberto Jacono, figlio della governante della villa, e Manuel Winston, il domestico filippino che lavorava in casa Mattei. Le indagini si concentrarono su di loro, poi i due furono scagionati. Sui jeans di Jacono furono trovate delle macchie rossastre di tipo organico ma fu impossibile allora ricavare il Dna. Furono analizzati anche i pantaloni di Winston, senza risultati. Mattei vuole che quei reperti vengano di nuovo analizzati. E con essi anche lo zoccolo trovato accanto al cadavere, un completo intimo della nobildonna, una canottiera e un lenzuolo.
Anche la scomparsa di Emanuela Orlandi, 20 anni dopo, dà del filo da torcere agli investigatori. I magistrati recentemente si sono ritrovati ad indagare sull’eventualità che la giovane possa vivere in una casa a ridosso del Vaticano, celata da una doppia identità. Le nuove indagini fecero scalpore e la famiglia Orlandi si affrettò a smentire ogni insinuazione giornalistica. Ma in questo caso non c’è la prova scientifica a dare una mano a chi indaga.