Il giallo all’italiana evade dalla gabbia dei generi

Sul giallo all’italiana e il suo irresistibile successo si è detto di tutto, ma fondamentalmente le opinioni cadono sotto due categorie. Alcuni ritengono che il ritorno dei romanzi «di genere» costituisca l’ennesimo segnale di un’involuzione, una rivincita della cultura di massa messa in castigo dallo snobismo del secolo passato. Altri replicano che si tratta di un falso problema: non esiste genere tanto maledetto da stritolare ogni ambizione letteraria, e d’altra parte vietarsi di scrivere romanzi di genere non garantisce un innalzamento della qualità. I generi non sono gabbie, sono strutture sulle quali arrampicarsi: anche quelli di Leonardo Sciascia erano romanzi gialli, giallo è anche il Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda. Che alla fine conti solo lo scrittore e la sua bravura lo dimostrano gli scaffali delle librerie, sui quali negli ultimi mesi sono comparse opere che uniscono l’accessibilità dei romanzi popolari a seduzioni prettamente letterarie. Ne abbiamo selezionate quattro.
Nel Nero giubileo di Dido Sacchettoni (Avagliano) lo scenario è quello, farsesco e apocalittico, di una Roma seppellita dal guano degli storni. Gli uccelli, trattenuti alle nostre latitudini da un clima scardinato, sembrano perseguitare deliberatamente i pellegrini. «Forse avvertivano una specie di guasto astrale che miscelava le stagioni in un uniforme tepore». Mentre ognuno cerca di ripararsi come può dalla pioggia puzzolente, il commissario Aronne Santorini, umorismo tagliente, metodi investigativi rubati ad Aristotele o a Cartesio, insegue l’autore dei bizzarri omicidi commessi nel quartiere. L’assassino agisce all’imbrunire, alle armi da fuoco preferisce sistemi primitivi come lo strangolamento o gli aghi cosparsi di curaro espulsi dalla cerbottana e si diverte a lasciare i cadaveri delle vittime in posizioni grottesche. Il gestore di un bar è ritrovato morto a testa in giù in un cassonetto, non distante da un sacchetto di pelle squamosa pieno di piume strappate a un uccello - ammette la scientifica - sconosciuto. Il proprietario di un’agenzia di viaggi è stroncato dal veleno paralizzante: «Per uno che si occupava di viaggi, era un contrappasso, disse subito Santorini. La paralisi come esatto contrario del moto». Segue la morte di una fruttivendola, o meglio di una raffinata dispensatrice di frutta esotica e uova rare, strangolata con una corda unta di morchia. Come se ciò non bastasse, qualcuno ha intravisto l’assassino: è gigantesco, nero, pare lo scimmione della Rue Morgue.
Nel Pontile di Mauro Fabi (Nottetempo) il giallo è meno presente di un azzurrino pasoliniano, ma la tensione scaturisce ugualmente dalle relazioni tra i dodici personaggi, virtuosisticamente intrecciate dall’autore, e soprattutto dalla caccia dell’ispettore Guerrisi, alle calcagna di un omicida che per sfuggire alla legge arrostisce in incognito hamburger ad Alba Adriatica. La storia comincia la mattina in cui Zopito, un sindacalista con la sinusite, non percepisce l’odore di gas e preme l’interruttore. Il tono dimesso del volume non tragga in inganno: la deflagrazione provoca una sorta di reset che permette a Fabi di dispiegare i due principali temi del romanzo, la labilità della memoria e le relazioni umane mancate, il restare con un palmo di naso di fronte agli scarti del destino.
Sono entrambi ambientati nell’Ottocento, invece, Il palazzo del Papa di Enrico Micheli (Sellerio) e le Lettere d’amore di un giudice corrotto di Giorgio De Rienzo (Marsilio); ma se nel primo romanzo siamo abbagliati dal bianco, nel secondo è il nero ad avvolgerci. Micheli ambienta il suo racconto nell’Umbria più appartata. È un gelido febbraio e il «palazzo del Papa», una locanda sulla strada che conduce a Roma, è in fermento: nonostante la neve sta per giungere il potente cardinale Alberici, il quale almeno una volta l’anno si ferma lì non solo per passarvi la notte, ma per divorare il ben di dio servito dall’oste. Il prelato è accompagnato dal giovane segretario, don Pietro, originario di un paesino non distante dalla locanda. Tra lo stendhaliano don Pietro e Felicita, l’inquieta figlia dell’oste, in passato c’è stato qualcosa. Che ci sia ancora? Forse un simile sospetto potrebbe spiegare come mai il cardinale, dopo aver banchettato fino a sfinirsi, muoia qualche ora dopo nel suo letto, apparentemente per via di un ossicino conficcatoglisi nella gola. A sciogliere il mistero sarà un commissario di polizia quasi a riposo: scettico, tignoso e razionale come solo i commissari di polizia dei romanzi sanno essere; quelli ottocenteschi non fanno eccezione. E deciso in primo luogo a smontare la tesi di una morte accidentale.
È invece tenebrosa la Torino che salta fuori dal dilavato manoscritto delle lettere scoperte da Giorgio De Rienzo in un cassetto durante un trasloco e sottoposte, scrive l’autore, a «un cauto rifacimento». Siamo alla vigilia del triennio 1889-92, si avvicina l’incredibile dramma politico-finanziario che travolgerà l’Italia da poco unita. Il cavalier Bodo, un cinico speculatore, naviga in acque torbide. Per godere delle ricchezze accumulate decide di uscire per un po’ dagli affari e di sposare una ragazza. Una qualsiasi, purché giovane, bella e istruita. Ginevra Tagliatori cade nella rete: «alta e robusta, partì una settimana dopo, nel giorno del suo diciassettesimo compleanno, con un marito di quarantasei anni, piccolo, esile, gobbo». Non priva di spirito e di cultura, Ginevra fa sfoggio di sé sui palchi del Regio ed è universalmente ammirata, ma il marito decide di depravarla, prima spingendola a incontrare amanti occasionali, poi servendosene per tenere a freno i creditori. Uno dei quali crolla un giorno agonizzante sotto un colpo di stiletto. Bodo fugge, la moglie si autoaccusa dell’omicidio ed è arrestata. Mezza Torino affolla gli spalti del tribunale per ascoltare la sentenza, la cui verità sarà il frutto di una doppia corruzione: quella di Ginevra, e quella del giudice. Non a caso assomiglierà molto a una bugia.