Giallo di Bergamo: teste del delitto morto in un misterioso incidente

Un rebus zeppo di scatole cinesi. Da trovare e da scoperchiare e il cui contenuto non sempre corrisponde a verità.
Ecco tre settimane dopo lo scenario di un giallo, quello di Vertova, Val Seriana, provincia di Bergamo. Il noir ha del «classico»: imprenditrice di 45 anni massacrata nella sua casa-ufficio con trenta coltellate, proprio il giorno in cui col marito avrebbe dovuto perfezionare davanti a un notaio alcuni passaggi societari. Lui ha un alibi di ferro, si indaga tra parenti, amici, dipendenti ed ex. Tra gelosie, rapporti d’affari e problemi economici di un passato ancora recente.
Si accavallano i misteri, le strane coincidenze. L’ultima risale a tre giorni fa. Ed è tragica: muore, e di morte violenta, un testimone. Dame Niang, trentasette anni, operaio senegalese. Tra due mesi sarebbe diventato padre per la seconda volta. Dopo un’insolita, lunga telefonata mentre si trovava sul tetto di un capannone in costruzione a Trebaseleghe (Padova), è precipitato al suolo da un’altezza di 15 metri. Un incidente? Un gesto disperato? Lui lavorava per la «Val.Cop», la società che la vittima gestiva assieme col marito assessore allo sport, Giuseppe Bernini. Il corpo, secondo qualcuno, sarebbe caduto troppo al di là della linea di cantiere, tre metri e mezzo di distanza. Ma soprattutto, come ha fatto a precipitare accidentalmente al di là dell’alto parapetto?
Dubbi, ipotesi «criminalmente» suggestive se vogliamo, sulle quali indagano ora i magistrati veneti. I suoi parenti si sono presentati ieri nella caserma dei carabinieri di Bergamo. «Vogliamo la verità, vogliamo che venga fatta chiarezza attorno alla morte di Dame», hanno chiesto. Non li convince il fatto, l’ennesimo strano fatto, che nessuno dei colleghi abbia visto l’uomo cadere.
La Procura bergamasca, intanto si muove su due fronti. Da un lato l’indagine scientifica, quella dei Ris di Parma che continuano a battere il luogo del delitto tra luminol, polverine «magiche» capaci di svelare impronte invisibili e riprese in «3D»; dall’altro l’inchiesta tradizionale, quella fatta coi vecchi metodi. Interrogatori, controlli incrociati, pedinamenti. Carmen Pugliese, la pm titolare dell’inchiesta, dopo giorni e notti trascorsi a scavare nella vita della vittima e di chiunque la conoscesse, non sembra pessimista. Il bandolo della matassa probabilmente sembra finalmente nelle mani degli investigatori. Magari solo da mettere a fuoco.
Solo una certezza: nel movente che ha portato all’omicidio di Maria Grazia Pezzoli, lo scorso 24 luglio, ci sarebbe più di un perché. Affari, questioni private, forse amicizie sbagliate.
I carabinieri confrontano decine e decine di Dna con quello ricavato dal sangue del presunto assassino e trovato sul luogo del delitto. Almeno un centinaio di persone sono state sottoposte a tamponi di saliva per ricavarne le impronte genetiche. Qualcuno di loro potrebbe essere entrato nell’appartamento di via Cinque Martiri.
Non solo. Ci sono anche almeno nove impronte trovate dagli esperti della scientifica nell’ufficio al piano terra e nell’appartamento al terzo piano. Tre erano sulla porta d’ingresso. È tra queste, probabilmente, anche quella dell’assassino. Ancora libero, ma forse non più «sconosciuto».