Il giallo del killer della Magliana: "Vi racconto io chi era il Nero"

«Ho vissuto sei anni con quest’uomo, una persona carina e presente, che si è sempre comportato benissimo. Non avrei immaginato mai una cosa del genere...». La convivente di Antonio D’Inzillo, l’ex Nar divenuto un super latitante perché condannato per aver guidato la moto del killer che uccise il boss Renato De Pedis, più di questo non dice a chi le sta vicino. In sua vece parlano malvolentieri il papà e il fratello, ovvero il suocero e il cognato della primula nera scappata nel 1993, riparata in Uganda e morta due mesi fa in un ospedale di Nairobi. Al Giornale il primo a parlare è, giust’appunto, il suocero di D’Inzillo: «Il ragazzo è morto in un ospedale a Nairobi, ha avuto delle complicazioni di carattere intestinale. Romanzarci sopra non serve a niente. Non c’è nulla di misterioso nemmeno dietro la cremazione: era la sua volontà, l’aveva lasciato detto a sua moglie», cioè sua figlia. L’uomo ci tiene a ribadire che nessuno della sua famiglia, a cominciare dalla figlia, era a conoscenza di quell’ingombrante passato. «Lo abbiamo saputo solo al momento dell’interrogatorio da parte della Digos. Quando gli chiedevamo del perché non tornava, lui ci dava una risposta evasiva: e cioè che aveva avuto dei piccoli problemi legati a un incidente automobilistico, e che dunque preferiva non rischiare. Lì per lì - continua - lasciai fare, poi sa com’è, essendoci mia figlia di mezzo, provai a prendere anche delle informazioni in ambienti in cui mi muovevo bene. Ma non ci sono riuscito. Per sei anni è stato un ragazzo d’oro, una persona squisita, le dico io, un pezzo di ragazzo assolutamente a modo che si è comportato con mia figlia in un modo meraviglioso. Vederlo ora accostato a questa storia della Orlandi e di quello lì, De Pedis, mi lascia senza parole». Dello stesso tenore lo stato d’animo di un’altra persona che conosceva bene l’uomo dalla doppia vita: il cognato di Antonio D’Inzillo. «É una storia molto complicata - è il suo esordio - che ha fatto male a tutti noi, ma specialmente a mia sorella che, com’è naturale, è quella che sta soffrendo di più». Il cognato del super latitante vorrebbe metterci una pietra sopra, chiudere il capitolo D’Inzillo e non riaprirlo mai più. Conferma l’interrogatorio da parte della Digos, e poco altro: «Siamo stati tutti sentiti conseguentemente a quello che è successo in Kenia, ed io sono rimasto sorpresissimo di quel che ci veniva detto. Sul perché mio cognato non avesse mai voglia di tornare in Italia, qualche pensiero me lo ero pure fatto. Ma non sono tipo che si va a impicciare dei fatti altrui. Tutte queste cose su Antonio D’Inzillo - insiste - sono venute fuori dopo, ovviamente se l’avessimo saputo prima ci saremmo forse comportati in altro modo. Anche se, devo dire, (...) era una persona perbene, molto carina con mia sorella. Lui e lei erano molto felici, io l’ho conosciuto che era un’altra persona, ed ora devo dire che in Uganda ci sono centinaia persone che piangono per la sua scomparsa, perché senza di lui sta crollando tutto quel che aveva costruito. Sarà anche stato un modo per redimersi, ma, mi creda, faccio fatica a immaginarlo come lo descrivono».