Giallo nell’omicidio del tassista I tabulati scagionano un killer

Eppure. C’è un delitto terribile e insensato, un povero tassista ammazzato solo per avere tentato di soccorrere il cane che aveva investito. Dietro il delitto c’è un microcosmo, il quartiere Antonini, di degrado e di prepotenze. Ci sono delle confessioni. Eppure non tutto è chiaro, nella ricostruzione di quanto avvenne in largo Caccia Dominioni all’ora di pranzo del 10 ottobre scorso. Incongruenze che dicono che forse, oggi, sul banco degli imputati potrebbe esserci un innocente. I dati tecnici dei tabulati telefonici dicono che Pietro Citterio, rampollo di una delle famiglie che spadroneggiano al quartiere Antonini, nel momento in cui il povero tassista Luca Massari veniva colpito a morte non poteva essere sul posto. E poiché i tabulati vengono quotidianamente, in decine di processi, utilizzati dell’accusa per dimostrare la colpevolezza degli indagati, perché una volta tanto non possono dimostrare una innocenza?
Francesco Lucino, l’avvocato che difende Pietro Citterio, non si è assunto un compito facile. Il suo assistito è quel che in genere si definisce un poco di buono, violento ed arrogante: all'indomani del delitto, tanto per dare un’idea, bruciò la macchina di un testimone e spaccò la faccia ad un fotografo. A rendere ancora più difficile la difesa di Citterio, c’è il fatto incontrovertibile che il giovanotto, nel primo interrogatorio, confessò di avere partecipato al pestaggio del tassista insieme al fidanzato della propria sorella Stefania, quel Morris Ciavarella per cui la Procura ha già chiesto trent’anni di carcere.
Ma oggi Citterio si rimangia la sua confessione: «l’ho fatta - dice - solo per cercare di scagionare mia sorella». Potrebbe sembrare una ritrattazione persino maldestra: se non ci fossero i tabulati telefonici, a sostenerla e a renderla verosimile. E a rafforzare i dubbi ci sono le testimonianze oculari raccolte dalla stessa Procura: di due soltanto chiamano in causa anche Pietro Citterio, ma le altre lo escludono dalla scenda del delitto nei momenti cruciali. Chiedono alla signora B.G.: «Ciavarella è stata l’unica persona che ha materialmente partecipato all’aggressione del tassista?» «Io ho visto soltanto lui che aggrediva il tassista con pugni, calci e ginocchiate». E il testimone M.H: «Cosa è successo dopo che il tassista è caduto a terra? È arrivato un altro ragazzo che so essere il fratello della ragazza con la felpa rosa», cioè Pietro Citterio. Il testimone Davide L.G.: «Pietro invece non l’ho visto mai, l’ho visto arrivare quando i fatti erano già successi».
Certo, ci sono invece due testimoni che accusano Pietro Citterio: entrambi appartengono ad un’altra famiglia della zona, legata ai Citterio per via di matrimoni, ma anche ad essi contrapposta per vecchi dissapori. C’è la loro parola contro quella di tutti gli altri testimoni, come nota anche il pm in uno degli interrogatori: «Signor R., numerosi testimoni hanno visto nella sequenza solo Stefania e Ciavarella. Piero non lo vedono» «Hanno detto il falso. Mi spiace dirlo». Sarebbe un caso classico e quasi inestricabile di testimonianze contrastanti, se a dirimerlo non potessero contribuire i tabulati telefonici.
Le registrazione della Questura dicono che la prima telefonata al 113 che segnalava il pestaggio in corso è delle 12,41 e 29 secondi. I tabulati telefonici dicono che 37 secondi dopo, quando riceve una telefonata del padre Vincenzo, Pietro Citterio aggancia la «cella» Vodafone 1322, settore 7. In una lettera ai difensori, Vodafone spiega che quella non è la cella che copre largo Caccia Dominioni, ma via Rutilia: ossia esattamente il posto dove Pietro Citterio sostiene di essersi trovato durante l’aggressione. E adesso, come se ne esce?