Giallo Parma, la città abituata a vivere nel mistero

Guido Mattioni

nostro inviato a Parma

E alla fine Parma si stancò. Certo, chiunque in città, a seconda della propria anagrafe, si sente un po’ nonno, genitore o fratellino del piccolo Tommy, sequestrato una settimana fa. Tutti i suoi 175.789 abitanti ne parlano, tutti ne leggono, tutti si preoccupano, palpitando per la sorte del bambino. E proprio stasera, sindaco in testa, Parma scenderà in strada per una fiaccolata di solidarietà verso quello scricciolo biondo prigioniero chissà dove e nelle mani di chissà chi. Ma questa città dolcissima, quasi morbida per il suo invidiabile train de vie, tanto estraneo alla volgarità della fretta e dello stress, appare anche visibilmente stanca di sentirsi violentare dalla luce indiscreta dei riflettori.
Eppure continua a succedere - dalla metà degli anni Ottanta - e sempre per storie molto poco edificanti. Un serial di pagine nere iniziato esattamente vent’anni fa, nel 1986, con una vicenda sesso, soldi e sangue: l’uccisione di Carlo Mazza, amante della bella ballerina dell’Est Katerina Miroslava, condannata per quel delitto insieme al marito. Poi, nel 1989, il sequestro della signora Mirella Silocchi, moglie di un imprenditore, che non sarà mai più ritrovata. E sempre in quell’anno horribilis, la scomparsa di un’intera famiglia parmense, i Carretta, quasi volatilizzata nel nulla durante una vacanza in camper. Ci vollero nove anni di indagini - arrivando al novembre ’98 - per scoprire la verità: i coniugi e il più piccolo dei due figli erano stati uccisi e fatti a pezzi dal primogenito Ferdinando, scovato a Londra e alla fine reoconfesso: voleva ereditare tutto. Un caso che, tra l’altro, rappresentò la prima grande ribalta per gli uomini del Ris. E ancora, nel 2003, il disastro del crac Parmalat, con la sua clamorosa e dolorosa voragine da 14 miliardi di euro.
Ciascuna di quelle brutte pagine di cronaca ha finito così col far finire Parma in quella sovraesposizione che una volta superato il primo brivido iniziale e, dopo così troppe repliche, pare ora andarle decisamente scomoda. Certo, il Barnum dei media che invade ogni volta la città, magari per mesi, affollando gli alberghi, intasando i ristoranti e facendo correre più del solito i taxi, rappresenta un’ulteriore manna per un’economia già di per sé ben pasciuta. Ma è una «occupazione» che seppur pacifica, a lungo andare la stanca, la sfibra, la logora. E che in fin dei conti contribuisce anch’essa a cambiarla.
E i parmigiani lo sanno, lo hanno capito che qualcosa è cambiato anche qui, a casa loro. Ma soltanto perché è l’Italia a essere cambiata. Sanno che basta passeggiare la sera sul centralissimo «pratone» di Piazza della Pace per vedere e sentire il sempre più folto popolo delle badanti che parla in moldavo o rumeno, proprio come accade a fianco della stazione Centrale di Milano. Sanno che uno su undici, di loro, è ormai extracomunitario. Ma sanno anche che non per questo corrispondono al vero le semplificazioni tirate via, del tipo «Questa non è più un’isola felice». Ad affermarlo, subito dopo il sequestro di Tommy, «era stata la locale Lega Nord - ricorda Giuliano Molossi, direttore della gloriosa Gazzetta di Parma, il quotidiano locale che nel 2005 ha compiuto il 270° compleanno -. Tanto che mi sono sentito in dovere di smentirli pubblicamente in tv, dicendo che mi sembrava una stupidaggine». Come del resto hanno confermato le cronache di questo rapimento che ha riportato un’altra volta la città sotto i riflettori. Ma per piacere, sembra chiedere Parma, qualcuno adesso li spenga.