Giallo di Perugia, Amanda torna e sfila in aula

In tribunale i genitori di Mez: «Vogliamo giustizia»

nostro inviato a Perugia
Bella, imbronciata, dimagrita. Amanda Knox arriva un quarto d’ora prima delle dieci al tribunale di Perugia, si infila in ascensore scortata dagli agenti di polizia penitenziaria e sale al terzo piano, fino all’aula del Gup. Stavolta non si nasconde, non apre bocca di fronte ai giornalisti ma nemmeno si sottrae ai flash: i capelli castani sciolti su una maglietta bianca di cotone con un ricamo a fiori sul collo, un paio di jeans e, ai piedi, scarpe da bimba, blu con la fibbia. Forse persino un’ombra di trucco. È la prima apparizione in pubblico dopo mesi, per la ragazza di Seattle accusata dell’omicidio della sua coinquilina inglese, Meredith Kercher. E stavolta la 21enne sembra sicura di sé, quasi sfrontata, una lontana parente dell’Amanda spaurita che pochi mesi fa si presentò ai giudici del riesame.
Nell’aula, accanto a lei, c’è anche Rudy Guede, l’ivoriano che nella casa del delitto ha lasciato tracce inconfutabili della sua presenza, ma che a sua volta si dichiara innocente. Lui nel palazzo medievale che ospita il tribunale arriva (e va via) con i ceppi ai polsi, una polo verde, i pantaloni bianchi e i capelli cortissimi. E il viso spaventato di chi è alle prese con qualcosa di più grande di lui. Lei no. Non dispensa sorrisi, ma è quasi rilassata. Non c’è il suo ex fidanzato, Raffaele Sollecito, che ha preferito restare in cella a Terni. Ma a rendere la giornata di Amanda particolare c’è la presenza dell’intera famiglia di Meredith: il padre John, la madre Arline, la sorella Stephanie. Sono seduti nei banchi alle spalle dell’americana, per la prima volta possono vedere la donna accusata di aver ucciso Mez. Ma lei non si gira mai: nemmeno uno sguardo verso i parenti di quella giovane inglese che la Knox nei suoi tanti memoriali spesso ricorda come una «ragazza dolcissima», ma che per la procura di Perugia avrebbe ucciso insieme a Raffaele e Rudy. In compenso Amanda non lesina i comportamenti estrosi di cui spesso si è raccontato. In una pausa dell’udienza stupisce poliziotti, avvocati e magistrati attaccando a cantare. Prima Let it be e Michelle dei Beatles, poi un paio di brani di Feist, cantautrice canadese. Atteggiamento certo consono a una ragazza di 21 anni, forse un po’ - tanto - stonato, considerato il contesto.
Ma lei è così, almeno da quando è finita suo malgrado sotto i riflettori. Sempre in grado di stupire, di spiazzare, di sconcertare. Capace di scrivere di getto un memoriale pochi minuti prima di finire dietro le sbarre e di affidarlo agli investigatori che l’avevano appena interrogata. Di tirare in ballo Patrick Lumumba, proprietario del pub in cui lavorava, indicandolo come l’assassino, salvo poi dire che lei in quella casa, quella notte, non ci ha mai messo piede. Pronta a ridere e a scherzare con la mamma in carcere, come se fosse al doposcuola, mangiando cioccolata e confidandole di voler al più presto uscire per una pizza, per poi sciogliersi in lacrime un attimo dopo, e magari tornare ad arricchire gli atti dell’inchiesta di ricostruzioni dei fatti che gli inquirenti hanno definito «oniriche». D’altra parte molti che a Perugia hanno fatto in tempo a conoscerla la descrivono come molto bella, molto socievole e molto «strana». Hanno fatto il giro del mondo le immagini di quei baci con Raffaele nel giardino della casa del delitto, mentre gli uomini della scientifica erano al lavoro, e lo shopping in centro per comprare lingerie, con annessa promessa al fidanzato di una notte di fuoco, a due giorni dall’arresto. Algida e candida, anche ieri Amanda non si è smentita. Ha cantato, ha chiesto di mangiare, ha seguito ogni attimo dell’udienza, anche le parti più tecniche, con l’aiuto di un interprete. Ed è uscita per ultima, pochi minuti dopo Rudy. Guardando appena la ressa di telecamere dietro alle transenne. E concedendo solo il suo sguardo indecifrabile e uno sbuffo annoiato, una smorfia da bambina.