Il giallo della spia "cubana"

Robert Vesco, finanziere italo-americano, trafficante di droga e
bancarottiere, imprendibile per l’Fbi che gli ha dato inutilmente la
caccia per decenni, sarebbe morto poco più di un anno fa all’Avana,
all’età di 72 anni, per un tumore ai polmoni. E sarebbe morto da
italiano, lasciando in eredità il suo ultimo enigma

Gian Marco Chiocci e Luca Rocca

È l’epilogo di una leggenda vivente. È la fine di uno dei più grandi criminali che la storia abbia mai partorito. Ammesso che sia tutto vero. Robert Vesco, finanziere italo-americano, trafficante di droga e bancarottiere, imprendibile per l’Fbi che gli ha dato inutilmente la caccia per decenni, sarebbe morto poco più di un anno fa all’Avana, all’età di 72 anni, per un tumore ai polmoni. E sarebbe morto da italiano. Uno degli uomini più misteriosi al mondo avrebbe infatti lasciato in eredità il suo ultimo enigma.

Secondo il Times, che ha dato la notizia della sua morte, poi ripresa dal sito www.the-passenger.net, nelle tasche di Vesco sarebbe stato trovato un passaporto italiano rilasciato nel 2006 dal ministero degli Esteri. Le autorità consolari italiane sull’isola non confermano né smentiscono. Il quotidiano newyorkese ha esaminato foto e video che ritraggono un uomo in una bara che gli somiglia. Il New York Times scrive anche che “un amico ha raccontato che i rappresentanti dell’ambasciata italiana avevano visitato Vesco in carcere”.

La “spy story” di Robert Vesco ha dell’incredibile. Il suo nome spunta dappertutto, dalla morte di Cornelius Ahearn, l’avvocato di Michele Sindona, alla fucilazione, da parte del regime cubano, del generale Arnaldo Ochoa, accusato di trafficare droga col “cartello di Medellin”; dal Watergate al traffico di armi con la Libia. La lunga latitanza di Vesco, amico dell’attore Rossano Bracci e legato alla mafia italo-americana di Detroit, non è causale. Tanti furono infatti i suoi “protettori”: dal presidente del Costa Rica, José Figueres, al regime sandinista del Nicaragua, dai narcotrafficanti colombiani, allo stesso Gheddafi, fino a Fidel Castro, che prima lo accoglie in patria, negando l’estradizione chiesta dagli Usa, e poi lo mette in galera.

I Servizi statunitensi lo accusano anche di aver dato avvio a un’operazione per introdurre cocaina negli Usa ed esportare illegalmente a Cuba la tecnologia più avanzata americana con la complicità del padrino della mafia di Toronto, Albert Volpe. Il faccendiere americano avrebbe anche contribuito illegalmente, con 200mila dollari, alla campagna elettorale per la rielezione di Nixon. Storia poi finita nel grande scandalo del Watergate.