È giallo sugli otto italiani spariti in Venezuela

Non convincono le spiegazioni delle autorità di Caracas. Non sono mai
stati trovati aereo e corpi dei passeggeri. L’autopsia sul copilota dell’aereo da turismo caduto a Los Roques
riaccende i dubbi: sarebbe morto cinque giorni dopo la tragedia

È una tragedia travestita da mistero. Un dramma perfetto che, proprio per la sua annichilente geometria, alimenta speranze, voci, dietrologie. È il 4 gennaio: un turboelica della compagnia Transaven perde i contatti con la torre di controllo. L’aereo è a 25 miglia dall’isola di Los Roques, destinazione per otto italiani che si sono ritagliati una vacanza da cartolina ai Caraibi. Il velivolo scompare. Più di un mese dopo, il mare sembra aver inghiottito l’aereo, quegli uomini, le valigie, i sorrisi che correvano verso il sogno. Nulla di nulla. L’acqua si è aperta a chiusa su quel Let 410, di fabbricazione cecoslovacca e soprattutto vecchio di 21 anni.

Un mese è troppo lungo quando si aspetta un figlio, un parente, un collega. E se la verità è un serpentone di ipotesi, allora le suggestioni prendono forza, trovano spessore, si sorreggono le une con le altre. Le autorità venezuelane non hanno dubbi: il bimotore è precipitato e si trova in fondo al mare, ad una profondità compresa fra i 600 e i 1000 metri. L’epilogo è questo ma, quando il finale non c’è, è possibile abbozzare una controinchiesta. I familiari si aggrappano a ciò che il mare, avaro, ha restituito: il corpo del copilota Osmer Avila, 37 anni. Il cadavere viene avvistato l’11 gennaio da barche di pescatori, ripescato la mattina del 13 sulla spiaggia bianca di Adìcora, a 157 miglia dal punto del presunto inabissamento. Come è morto Avila? E perché lui e solo lui è rimasto sulla pellicola d’acqua? Le autorità di Caracas sostengono che la morte è avvenuta «per la lacerazione del cuore e polifratture della cassa toracica, probabilmente per il colpo ricevuto durante la caduta dell’aereo».

La versione ufficiale lascia immaginare quei secondi, già nell’imbuto del nulla: il copilota è l’unico, nel panico generale, a slacciarsi la cintura di sicurezza. Una mossa quasi istintiva, una procedura quasi automatica. Poi dopo l’impatto, Avila «già morto per i colpi subiti» sarebbe stato sbalzato fuori, quindi il portellone si sarebbe chiuso intrappolando gli altri passeggeri e trascinandoli giù, nel gorgo.
Ma da Caracas arriva anche, tortuosa come una scala a chiocciola, un’altra verità, non ufficiale, anzi rimbalzata da un medico legale a un militare senza nome e da questi al Quotidiano nazionale che l’ha rilanciata in Italia. Avila si sarebbe buttato in mare ancora vivo, protetto dal giubbotto arancione di salvataggio, ritrovato sulla stessa spiaggia a 400 metri di distanza. Avila, dunque, sopravvive all’ammaraggio, lotta per almeno 5 giorni e cede a un passo dalla salvezza, prigioniero di quell’abbacinante solitudine. Avila che galleggia stremato nelle acque dei Caraibi è il fantasma che evoca tutti gli altri. E trasforma il dramma perfetto in un carosello di incertezze e quindi di esilissime lame di speranza.

Che fine ha fatto il Let? «Troppi particolari non quadrano. Mi sto sempre più convincendo - risponde l’avvocato Fabio Bencivelli, amico e collega di Annalisa Montanari, una delle due bolognesi sparite - che l’aereo non sia caduto». Ecco la teoria dei fantasmi: un dirottamento, scenari criminali, traffico di droga o armi. Una mano violenta per scrivere quel finale che latita. Ma spesso la verità è modesta, anche se i mattoncini che la compongono sono sparpagliati su quei fondali. La verità è sigillata nel messaggio lanciato dal pilota alle 9.38 di quella mattina: «Sono a 3mila piedi di quota, i motori sono entrambi spenti, tento l’ammaraggio». Sos. Il seguito deve accordarsi con quelle parole. Tre minuti per precipitare, il copilota, l’unico a poter aprire il portellone, si rassegna ma si aggrappa a quel rituale di vestizione. Il bimotore taglia le onde, a più di 180 chilometri l’ora, affonda, un corpo carambola fuori. Destino di morte, comunque: non ci sono i sopravvissuti e gli scomparsi come nel disastro dell’Italia di Umberto Nobile.

L’Unità di crisi della Farnesina, che ha inviato sul posto una squadra, lo dice col linguaggio algido dei tecnici: «Il comportamento degli organismi locali ci sembra adeguato agli standard internazionali». Nessun giallo. E una smentita da Caracas del dottor Boris Bossio: «Avila è deceduto subito». I lavori di scandaglio del fondo marino proseguiranno. I familiari disegnano un altro punto di domanda: perché i cellulari di Annalisa Montanari e del comandante nei giorni successivi alla tragedia squillavano? Domanda scritta sull’acqua cristallina dei Caraibi.