Giallo sulla Federal Reserve, vola l’euro

da Milano

«La Federal Reserve convocherà oggi (ieri, ndr) una riunione di emergenza per tagliare ancora i tassi». È bastata un’indiscrezione partita dall’Oriente, per scatenare ieri la reazione dei mercati valutari, dove ormai anche il gossip meno verosimile alimenta la speculazione finendo per gonfiare le quotazioni già ipertrofiche dell’euro. Così, per la prima volta nella sua breve storia, la moneta unica ha scavalcato di slancio quota 1,48 dollari (1,4819 il picco di giornata), completando un’altra tappa di avvicinamento alla vetta del dollaro e mezzo.
L’istituto guidato da Ben Bernanke non si è preso neppure la briga di smentire la voce, palesemente falsa. Dopo aver deciso nei giorni scorsi di fornire maggiori informazioni per rendere più chiare le proprie strategie, radunare d’urgenza il Fomc (il braccio operativo in materia di politica monetaria) senza attendere l’appuntamento di dicembre, sarebbe stato un autentico suicidio: come ammettere che la crisi in cui versa il settore del credito, falcidiato dalle perdite provocate dall’esposizione nei mutui subprime, richiede misure straordinarie.
Per i mercati, da giorni sotto pressione proprio perché si fa via via più acuta la percezione del rallentamento economico, sarebbe stato un segnale drammatico. Misurarsi con prospettive di crescita nel quarto trimestre di poco superiori all’1% già non era facile, ma dopo la pubblicazione, ieri, delle minute dell’ultimo vertice del Fomc, Wall Street dovrà anche fare i conti con un’espansione 2008 compresa tra l’1,8 e il 2,5%, più contenuta rispetto alle stime elaborate dalla Fed nel giugno scorso (2,5-2,75%), e con un aumento della disoccupazione (tra il 4,8 e il 4,9%). Del resto, «le forti perdite dei mercati potrebbero aumentare i rischi sulla crescita», si legge nel documento, dove si fa riferimento al petrolio, i cui prezzi continuano a flirtare con i 100 dollari (ieri a New York sono saliti ancora sopra i 98 dollari, mentre a Londra il Brent ha stabilito il nuovo record a 95,23).
L’inflazione spaventa non solo l’Europa e la Bce, ma sempre di più anche la Fed e gli americani, perché la debolezza del dollaro amplifica le ripercussioni sui prezzi delle materie prime importate e manda alle stelle il gallone di benzina, schizzato oltre i tre dollari. C’è chi, come Paul Ashworth di Capital Economics, cita apertamente quel cancro economico che si chiama stagflazione (inflazione alta più stagnazione). E aggiunge: «La contrazione del reddito disponibile non potrebbe arrivare in un momento peggiore: il credit crunch, il rallentamento del mercato immobiliare e l’indebolimento del mercato del lavoro sono tutti elementi che puntano al rallentamento della crescita dei consumi».
Lo sanno bene le Borse, costrette a confrontarsi quasi ogni giorno con le bad news dal fronte caldo dei mutui: dopo Citigroup all’inizio di settimana, ieri sono crollate Fannie Mae, travolta da una perdita trimestrale di due miliardi di dollari, e Freddie Mac. Due ribassi superiori al 20% che, uniti alle stime riviste dalla Fed, hanno fatto cambiare umore alla Borsa di New York (più 0,40% il Dow Jones, meno 1,3% il Nasdaq), mentre in precedenza l’Europa aveva in parte recuperato le flessioni di lunedì (più 0,7% Milano). Ieri nessuno credeva alla riunione di emergenza della Fed: tutti, però, aspettano un taglio dei tassi in dicembre. Ma le minute Fomc contengono un avvertimento: la decisione di ridurre il costo del denaro in ottobre al 4,5% venne presa «solo all’ultimo minuto».