È giallo sulla legge che serve a coprire la Finanziaria 2008

Spostato l’esame del provvedimento che contiene l’entità del tesoretto Momenti di tensione al vertice di Palazzo Chigi tra centristi e sinistra

Roma - Una scelta del Senato, passata quasi inosservata, rischia di mettere in dubbio l’intera manovra economica. Palazzo Madama ha deciso di rinviare a martedì l’esame del disegno di legge del Bilancio d’assestamento, mentre l’approvazione era prevista per ieri. Per capire quanto la mossa del Senato sia preoccupante per il governo, basti pensare che senza il Bilancio d’assestamento non c’è la copertura per il decreto che dovrebbe accompagnare oggi la finanziaria e che dovrebbe contenere le agevolazioni Ici. Ed in serata Palazzo Chigi dice che non c’è urgenza per il decreto legge. Forse proprio per l’incidente del Senato.

Il Bilancio d’assestamento è il veicolo legislativo con il quale il ministero dell’Economia fotografa l’extragettito. Per poter spendere il «tesoretto», infatti, le maggiori entrate devono figurare nel bilancio dello Stato. Da qui i due emendamenti a questo disegno di legge del sottosegretario Nicola Sartor, che ha aumentato di quasi 8 miliardi il gettito di quest’anno. Nelle intenzioni del governo, il Bilancio d’assestamento doveva essere approvato ieri. Così, seppure non era ancora legge (manca l’approvazione della Camera), lo poteva considerare in vigore «politicamente»; ed utilizzare l’extragettito per il decreto di oggi. E senza l’assestamento non c’è formalmente il maggior gettito. E se non c’è maggior gettito, non può essere speso. Quindi, la manovra economica (fatta da Finanziaria, uno o più collegati, decreto legge) non è «coperta». Proprio perchè il Senato ha deciso di spostare a martedì la discussione del Bilancio d’assestamento. Cioè, a dopo il Consiglio dei ministri che oggi deve varare la Finanziaria.

Qualche esponente della maggioranza, attento alla finanza pubblica - D’Amico (Dini) e Ventura (Ds) - ha chiesto indicazioni al governo, ricevendo però risposte evanescenti. E c’è il rischio che se il Quirinale dovesse chiedere informazioni al governo sull’assestamento, il decreto legge della manovra potrebbe slittare a dopo l’approvazione del Bilancio, come lascia capire in serata Palazzo Chigi.

Il governo, poi, si appresterebbe a violare una chiara indicazione del Capo dello Stato: niente più maxiemendamenti alla Finanziaria. Nei progetti di Palazzo Chigi, la legge finanziaria propriamente detta andrà in discussione al Senato, i disegni di legge collegati ed il decreto alla Camera. Il governo considera i collegati (tra cui il pacchetto welfare) «collegati di sessione», da approvare cioè entro il 31 dicembre. La legge però lo proibisce. Non è finita. Il collegato sul welfare contiene maggiori spese per circa 2 miliardi - l’eliminazione dello scalone - coperte con la legge finanziaria. Orientamento di Prodi è far diventare questo disegno di legge un maxi emendamento alla Finanziaria una volta che questa arriverà alla Camera (il 19 novembre); così da evitare che il disegno di legge in questione debba essere approvato dopo la Finanziaria che lo «copre». Ma in questo modo, va contro le richieste del Quirinale che non vuole più maxiemendamenti.

Un problema in più per una manovra che, forse più delle altre, parte in salita. Paolo Ferrero non dà per scontato il suo voto al Consiglio dei ministri. Manuela Palermi, capogruppo Pdci al Senato, ritiene la Finanziaria «una provocazione». E l’altra notte, al vertice di maggioranza a Palazzo Chigi, sono volate parole grosse.

Padoa-Schioppa illustrando la manovra con le stesse slides utilizzate in Parlamento. Russo Spena (Cosa rossa) esplode: «Non lo sopporto più». Giordano, Diliberto, Mussi criticano la mancanza di collegialità. A quel punto a sfogarsi è Romano Prodi: «Sono un difensore della collegialità. L’ho esportata anche a Bruxelles. Ma ora la collegialità è finita. Io porto la Finanziaria al consiglio dei ministri. A quel punto ognuno si assumerà le sue responsabilità». Dario Franceschini prova la mediazione: avviamo confronti bilaterali. Marco Pannella lo gela: no, la trattativa va fatta a viso aperto. Quando tutti stanno per uscire, Piero Fassino osserva: c’è ancora tempo per ascoltare le richieste. Sulle scale, Roberto Villetti (Rsp) scherza con Visco: «Vincenzo, tu vali tanti miliardi di gettito quanti i milioni di voti che fai perdere alla coalizione».