GIAMBOLOGNA Il fiammingo che scolpiva gli dei

Firenze celebra lo scultore «straniero» che con le sue grandiose creazioni sfidò Michelangelo

È un rapimento violento e sensuale, uno degli amplessi più erotici della storia dell’arte, un intreccio di corpi da capogiro. È bellissimo il gruppo marmoreo col Ratto delle Sabine, che dal 1583 si ammira nella Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria a Firenze. Sarà monitorato sino al 2008 in vista di un futuro restauro.
Per inventarlo e scolpirlo il fiammingo Giambologna, o «Giouane bolonia fiamengo», come si firmava, ci mette quasi una vita, «per dar campo alla sagezza et studio dell’arte», stando a quanto scrive ad Ottavio Farnese. Una genesi che nasce da lontano, dai capolavori che questo abile, intelligente, ambizioso scultore lascia a Firenze e nel mondo. E Firenze ora «paga il suo debito», come dice Beatrice Paolozzi Strozzi, curatrice col giovane greco Dimitrios Zikos di una mostra ricca e importante, appena aperta al Museo Nazionale del Bargello. Cento opere, tra marmi, bronzi, argenti, terrecotte, distribuiti nel suggestivo cortile, nel loggiato interno e nelle sale al pianterreno, raccontano la storia straordinaria di questo scultore europeo, il maggiore dopo Michelangelo e prima di Bernini. Un manierista, che sfida il Buonarroti, con le forme grandiose della classicità e le minuzie virtuosistiche del mondo nordico.
Promossa dal Museo Nazionale del Bargello, sponsor la Cassa di Risparmio di Firenze, con un bel catalogo (Giunti), è la prima rassegna monografica in Italia, dopo quella del 1978 di Vienna-Londra-Edimburgo. Il titolo «Giambologna: gli dei, gli eroi» sottolinea la tematica scelta, mitologica e celebrativa, in linea con l’attività dello scultore presso i granduchi di Firenze Cosimo I e i figli Francesco I e Ferdinando I. Le opere, rigorosamente firmate o documentate, arrivano dai maggiori musei del mondo, Bargello compreso, in particolare da quelli di Vienna e Dresda che, in fase di riallestimento, hanno ceduto i rispettivi nuclei: un fatto difficilmente ripetibile.
Ma perché la storia di Giambologna è straordinaria? Perché è quella di un fiammingo di provincia, che riesce a imporsi a Firenze come primo scultore dei granduchi, ricercato e imitato in tutta l’Europa del tempo. E non era facile nella Firenze cinquecentesca, all’avanguardia artistica, culla della prima Accademia del disegno, delle Vite del Vasari e della prima Galleria degli Uffizi.
Nato nel 1529 a Douai, oggi in Francia, ma allora nei Paesi Bassi, Jean de Boulogne, destinato dal padre alla carriera notarile, va invece ad Anversa a imparare scultura presso Jacques Dubrœucq. Nel 1556, come ogni buon fiammingo, si trasferisce a Roma per studio. Ammira le statue antiche e quelle di Michelangelo, ne assimila la monumentalità e la tensione dinamica. Dopo la tappa romana, nel 1558 c’è quella fiorentina. A Firenze Giambologna ha la fortuna di incontrare un grande mecenate, Bernardo Vecchietti, che ne intuisce l’estro, lo ospita a casa sua e lo presenta ai Medici. La città del resto offre altri modelli di studio, le sculture di Niccolò Tribolo e Pierino da Vinci e di tutti i grandi seguaci di Michelangelo. Il soggiorno a Firenze diventa definitivo con una grande carriera presso i granduchi, sino alla morte nel 1608.
Crea statue monumentali in pietra, marmo, bronzo per fontane e giardini, come quel colossale Appennino che solleva la crosta terrestre nel parco della villa di Pratolino, ricordato in mostra dal grande bozzettto in creta, la sinuosa Fiorenza per Villa di Castello, commissionatagli da Cosimo I o ancora il Nettuno per la fontana di Piazza Maggiore a Bologna, di cui è esposto il modello bronzeo. Figure allegoriche per prestigiosi committenti, come il seducente Bacco bronzeo per Lattanzio Cortesi, l’intrigante Venere Cesarini in marmo bianco di Carrara, scolpita per Giangiorgio Cesarini nel 1583, col beneplacito di Francesco I de’ Medici, l’imponente Architettura marmorea, che tiene in mano gli strumenti del mestiere. Gruppi di marmo come Firenze che trionfa su Pisa del 1565, destinato a fronteggiare il Genio della Vittoria di Michelangelo nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio.
Per il colto Francesco I realizza una serie di bronzetti sofisticati, curati nei minimi dettagli, con Ratto delle Sabine, Ratto di Deianira, le Fatiche di Ercole, Veneri, Ninfe e Bagnanti, acrobatiche ed erotiche. E ancora figure di Apollo, Marte, Mercurio, slanciate e scattanti.
Dal 1587 al servizio di Ferdinando I, che predilige soggetti celebrativi, lo scultore lavora in una grande casa-fonderia in Borgo Pinti, con allievi e apprendisti, molti fiamminghi, creando modelli per tutta Europa per monumenti equestri, come quelli di Cosimo I in Piazza della Signoria, e di Ferdinando I in Piazza Santissima Annunziata, quest’ultimo inaugurato nel 1608, anno della morte.
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LA MOSTRA
Giambologna: gli dei, gli eroi. Genesi e fortuna di uno stile europeo nella scultura, Firenze, Museo Nazionale del Bargello. Fino al 15 giugno.