GIAMPIERO SOLARI «Il varietà è un format, dovremmo esportarlo»

Maurizio Caverzan

da Milano

L’anima creativa di tanti successi sbanca Auditel è un signore quasi cinquantenne, padre di tre figli, che vive tra Pesaro e Roma. Si chiama Giampiero Solari, è nato a Lima in Perù, ed è sconosciuto alla stragrande maggioranza del pubblico che, negli anni, ha apprezzato il Gianni Morandi di C’era un ragazzo, Uno di noi e Non facciamoci prendere dal panico, il Panariello di Torno Sabato (varie edizioni) e Ma il cielo è sempre più blu, il Fiorello di Stasera pago io (tre edizioni) e il Celentano di Francamente me ne infischio. Così, tanto per gradire. In pratica, Solari detiene il copyright di quella che ormai è considerata la formula vincente della tv d’autore: l’one man show, un genere introvabile nelle televisioni straniere. Però, c’è un però, non da poco: quello che giustifica il nostro processo. Anche gli one man show, alla fine, stancano e si ripetono. Un po’ come mangiare pernice tutti i giorni.
Imputato Giampiero Solari, lei è accusato di aver trasformato l’one man show in un format. Come si difende?
«In un certo senso è vero. Perciò non mi difendo, preciso. L’one man show esiste da sempre, è un genere teatrale che risale all’avanspettacolo e che ha una grande tradizione. In tv questa formula è diventata di moda negli ultimi anni perché la tradizione teatrale è riuscita a fondersi con quella del varietà. Non c’è una formula unica, dipende da chi è il protagonista. È questo che decide il mix del programma».
Sarà, ma alla fine l’one man show ripropone uno schema: canzone, ospite, gag comica, monologo, canzone...
«Se si fa la radiografia dello spettacolo si trova questa ossatura, ma la differenza la fa quasi sempre il corpo che sta attorno alle ossa. Se il protagonista è un comico monologante, il processo creativo passa attraverso le esperienze teatrali, la commedia, i tempi della comicità. Non a caso molti show televisivi nascono e vengono rodati prima in teatro...».
E poi, al momento del salto in tv, inciampano in audience modeste...
«È un problema di traduzione del linguaggio. L’attimo teatrale non sempre è televisivo. L’utopia è scaldare la freddezza del video».
Le nostre tv importano reality e game dall’estero. È vero che non esistono esempi di one man show all’estero?
«Un varietà così non esiste fuori dell’Italia dove pure ci sono tanti artisti che lo possono realizzare ma, per usare una parola grossa, manca il know how. Per questo il nostro lavoro potrebbe funzionare anche all’estero. Purtroppo, in Italia ci stiamo abituando a ragionare sugli schemi dei format. Ma così rischiamo di bruciare l’originalità dello spettacolo e del costume italiani».
L’one man show ha rivitalizzato il varietà. Ora l’inflazione della formula ne sta decretando la seconda morte.
«Il rischio dell’inflazione c’è. A volte questi show diventano degli eventi, altre volte si omologano. Certo, si dovrebbero immaginare delle variazioni, magari degli show con più protagonisti come in passato accadde con Mina e Walter Chiari. Fiorello che fa un’incursione rimane ancora un evento. Morandi è una proposta di qualità, con uno stile, ma scorre dentro il flusso».
La differenza la fa il contesto o il contenuto?
«Entrambi. E anche la capacità di sapersi proporre come un evento. Nel caso dell’ultimo Morandi, la svolta cattivista è stata un piccolo evento. Anche se, secondo me, il vero evento di Morandi è Morandi stesso: un personaggio che vive nella storia del costume italiano».
A volte sembra che per spiazzare il telespettatore ci si arrampichi sull’improbabile come nel caso di Morandi...
«La forza del nostro lavoro è di giocare sul serio. Poi ci sono dei contenuti da rendere credibili. Morandi ci ha creduto e questo ha creato un effetto».
Al terzo Morandi, al quarto Panariello, difficile rivitalizzarli: gli autori degli one man show spremono gli artisti. Come risponde?
«C’è del vero. E c’è una responsabilità che va divisa tra l’artista, gli autori e la produzione. Un artista che vuole essere evento deve mantenersi evento. L’evento lo fa il contenuto, ma anche l’attesa. A volte l’evento mediatico è privo o scarso di contenuti».
Come Sanremo?
«In quel caso l’evento mediatico ha sovrastato il contenuto che sono le canzoni».
Altro capo d’accusa. Lei ha creato l’illusione che troppi artisti potessero sostenere l’one man show. Quanti sono in Italia i personaggi in grado di interpretarlo?
«A questo livello pochi. I comici monologanti sono di più. Ma se parliamo di artisti in grado di essere sia raffinati che popolari, sono pochi».
Diciamo due, Celentano e Fiorello?
«La creazione televisiva deve avere il tempo di crescere e consolidarsi. Nessuno poteva immaginare che Fiorello sarebbe diventato quello che è. Ci sono artisti che devono avere il tempo di svilupparsi, come Albanese, Bisio, la Cortellesi, la Hunziker insieme ad altre persone. Non c’è solo l’one man show. Ci sono anche le donne, come Mariangela Melato che farà un one woman show in teatro. E poi, sul terreno musicale, che potenzialità hanno Jovanotti e Laura Pausini? E la Littizzetto con Paolo Rossi non potrebbero funzionare?».
Ora su Raiuno arriveranno Ranieri, poi Teocoli...
«Non so che cosa si stia elaborando, però qualcosa di inaspettato potrà accadere. Sono due artisti che hanno storia e qualità: le credenziali del successo ci sono».
Parliamo di Fiorello sull’altalena tra radio e tv. Lei che cosa gli consiglia?
«Credo stia agendo molto bene. Fiorello ha una capacità di creare poesia, di fare intrattenimento puro, di provocare un’elettricità unica... Ha un istinto televisivo incredibile. Padroneggia l’esito per lo spettatore di quello che sta facendo davanti alla telecamera perché conosce l’inquadratura, le luci, i tempi, tutto. Con lui mi trovo bene perché entrambi siamo convinti che il varietà abbia bisogno di tempi lunghi per inseguire la perfezione».
Per Sanremo scriverà i testi di Michelle Hunziker: la scommessa è trasformarla in showgirl vicino a Baudo?
«Quando si prende in cura un artista non si pensa solo ai testi. Michelle ha grandi potenzialità. E che Sanremo sia un’occasione per percorrere la strada della commedia, in cui Baudo rappresenta il pigmalione dell’artista giovane».
Lei è nato a Lima. Come e perché arrivato in Italia?
«Sono figlio di padre italiano e sono sempre stato vicino alla cultura italiana. Quando ho deciso di fare il regista teatrale sono venuto a Milano a frequentare la scuola Paolo Grassi dove poi ho insegnato recitazione e regia. In quegli anni sono diventato parte di una generazione milanese. Quella di Lucia Vasini, Paolo Rossi, Claudio Bisio, Lorenzo Loris, Elio De Capitani, Gigio Alberti, Gabriele Salvatores. Abbiamo condiviso molto... ».
Anche la militanza di sinistra. Come si trova a lavorare per Ballandi e Raiuno?
«Ognuno conserva le proprie idee. Quanto a me, vivo l’appartenenza alla sinistra come un fatto interiore, un codice di comportamento civile che ha nel Concilio vaticano II un punto di riferimento reale. Lo considero uno dei manifesti comunisti più importanti degli ultimi trent’anni».
D’accordo, ma litigi e contestazioni sui contenuti?
«Far lavorare artisti nuovi su Raiuno è già un fatto di cambiamento. Ma il più grande elemento di novità deriva dall’inquietudine e dalla curiosità che mi accompagnano nel lavoro. Ballandi ne ha un grande rispetto. Tante volte si enfatizzano gag e situazioni innocue. Come in questi giorni il finto svenimento di Paolo Rossi a Che tempo che fa. Non si voleva mancare di rispetto a nessuno. Al tempo dei colonnelli i cantautori brasiliani toglievano dai testi delle canzoni le frasi che il regime censurava. Quello spazio bianco faceva più rumore delle frasi stesse. Ecco, qualche volta ho lasciato lo spazio bianco e chi doveva accorgersene se n’è accorto».
Lei è anche regista teatrale ed è stato assessore alla cultura della Regione Marche e direttore artistico del Teatro Stabile delle Marche: come concilia le sue attività?
«È un impegno sulla cultura a 360 gradi. Il progetto è lavorare affinché il ministero delle Telecomunicazioni e ministero dei Beni culturali collaborino di più per difendere la tradizione e il patrimonio artistico del Paese».
I divi del video si rigenerano sparendo dalla tv. Un autore come lei che scrive per più personaggi, dove trova ispirazione?
«Leggendo molto e ascoltando musica. Le letture giuste valgono come le conversazioni migliori. E poi incontrando gente diversa che, come in un caleidoscopio si fonde e crea colori nuovi».
Titoli, nomi...
«Sto leggendo la vita di Diana Arbus, la fotografa americana, poi un testo sulla scuola della Bauhaus e studiando l’Aida di Verdi. Quando ero assessore ho scoperto le biblioteche antiche, riletto Borges... È la differenza tra questi mondi a partorirne un altro. Ma il condimento principale sono quella curiosità e quell’inquietudine di cui parlavo prima».
La sentenza è due anni di astinenza dal video. Con chi vorrebbe tornare dopo aver scontato la pena?
«Con un artista nuovo, uno che non conosco ancora».