«GIAN» E SANDRO, TROTTOLE DA URNE

Ci sono paracadutati. E ci sono «indigeni» che sembrano paracadutati, candidati nell’Olimpo delle liste o anche nei posti borderline, quelli che dovrebbero lottare più di tutti per assicurarsi un posto in Parlamento e che invece sono completamente assenti, alieni dalla campagna elettorale, come fosse roba che non li riguarda. E questo, se possibile, è qualcosa che è ancora peggio dell’essere paracadutati da fuori.
Sto parlando di un altro degli effetti perversi di questa legge elettorale, che si dimostra sempre più una vera schifezza. Ed è deleterio che qualcuno del centrodestra, anche ai piani più alti, ogni tanto provi a difenderla, perchè una schifezza resta una schifezza (peraltro peggiorata da Ciampi), anche avvolta in parole di miele. Pensate che, grazie al meccanismo per cui se un cane è al numero uno di una lista viene sicuramente eletto e se un premio Nobel è ai piani bassi resta sicuramente a casa, si rischia di avere un Parlamento pieno di cani e sgombro di Nobel. Certo, poi il Nobel l’ha vinto anche Fo, ma questa è un’altra storia.
Tutta questa premessa per dire che, incredibilmente, ci sono candidati per cui la campagna elettorale è un’ipotesi. Parlo, in particolare, del Popolo della libertà che è il territorio che conosco meglio. I nomi? Basta leggersi ogni giorno la nostra tabellina degli appuntamenti elettorali e si scoprono facilmente. Perchè non ci sono mai o quasi mai. Fatti loro. O fatti nostri, purtroppo.
Ma in mezzo a una simile tristezza, c’è gente che si fa il mazzo. A partire da quelli che sarebbero giustificati: chi glielo fa fare a Claudio Scajola di essere il più presente in ogni gazebo, il più assiduo ad ogni appuntamento? Chi lo dice a Michele Scandroglio e Gabriella Mondello di girarsi la provincia in camper? E Roberto Cassinelli è obbligato a organizzare incontri che nessun altro organizza e a girare centro e periferie? E ancora, gliel’ha ordinato il dottore a Giorgio Bornacin di fare il pendolare fra incontri sanremesi e genovesi? E a Gigi Grillo e Giacomo Chiappori, che sono candidati in Puglia e Lombardia, eppure si sono riservati qualche apparizione in Liguria?
La lista potrebbe continuare. Ma mi piace soffermarmi su due candidati in particolare. Il fatto che Sandro Biasotti batta mercati e provincia mi sembra il miglior modo di cominciare la volata verso le regionali, un po’ come fece Claudio Burlando l’altra volta. E la sua umiltà nel ripartire dal basso, parlando con gli elettori e soprattutto ascoltando, mi conferma una volta di più che può essere il futuro della regione.
L’altro è forse il meno conosciuto dei candidati eleggibili. Si chiama Alessandro Gianmoena, ha trentacinque anni, è piccolissimo imprenditore, ha lavorato a lungo con don Gianni Baget Bozzo, si occupa del sito «Ragionpolitica» ed è responsabile nazionale azzurro per la formazione. É talmente secchione e abituato a lavorare dietro le quinte che Repubblica-Il Lavoro, solitamente informatissima sulle questioni di Forza Italia, l’ha presentato come Gian Moena, dove Gian era il nome. Affidando poi alla migliore penna della redazione, Raffaele Niri, un’autoironica errata corrige.
«Gian» o Alessandro che sia, nonostante una certa puzzetta sotto il naso con cui è stato accolto in lista, sta dimostrandosi un ottimo candidato: vive nel camper azzurro e gira delegazioni periferiche, Ponente e Valpolcevera comprese, non risparmiandosi entroterra e zone dove l’apparizione di un azzurro è normalmente più rara di quelle mariane a Fatima. Perfetta dimostrazione di come la dizione «Popolo della libertà» non sia solo uno slogan.