Gianfranco? Il sacco dà la farina che ha

Caro dottor Granzotto, dopo le ultime elezioni si prospettava una legislatura capace di fare veramente le riforme e le infrastrutture. E i segnali erano incoraggianti, dalla sparizione dei rifiuti di Napoli all’incredibile soluzione per i terremotati dell’Aquila. Questo però a lorsignori non interessa. Ora tutto sta precipitando e l’Italia ripiomba nel buio. In questo squallore il personaggio che più mi ha sconvolto è quello dell’onorevole Fini. Qualcuno ha detto che sarebbe il naturale successore di Berlusconi alla guida del Pdl. Ma è veramente così? Senz’altro non lo sarebbe per me, perché in quel caso voterei Lega. Secondo lei, chi è veramente Fini?
Roma

Non si fermi all’Aquila e a Napoli, caro Esigibili. Nonostante i bastoni fra le ruote questo governo governa, fa. Fa le riforme, come quella importantissima, rivoluzionaria, dell’Università. Fa moltissimo per garantire legalità e sicurezza al Paese: bisogna risalire ai tempi del prefetto Mori per registrare una così sistematica e micidiale decapitazione delle cosche mafiose, camorriste o della ’ndrangheta. Certo, se non ci fossero di mezzi i Fini sarebbe tutt’altra musica e credo che di questo il Fini si faccia un punto d’orgoglio. Specie se si cospira dall’interno, creare difficoltà a un governo lusinga i cinici travet della politica per i quali non esiste niente al di fuori del potere e dunque godono forse più a sottrarlo che ad averlo. Come tutti i revenant, Gianfranco Fini ispira una istintiva diffidenza, resa più acuta dal suo ridicolo volersi mostrare per ciò che non è. Qualche settimana fa mi sono soffermato sul suo abbigliamento e portamento attraverso i quali Fini intenderebbe dare di sé l’immagine del signorile, elegante, pensoso e autorevole statista. Mentre, come ho detto e come appare agli occhi di tutti, ne esce una macchietta, la versione nazional popolare del Felice Sciosciammocca di Totò, che per un piatto di maccheroni si traveste da aristocratico. Sarà che pesa su di lui - e quel che più conta sulla sua credibilità - l’aver aderito al più classico dei voltafaccia - quello di un popolo di fascisti e fascistoni che un minuto dopo la caduta del fascismo si dichiarò antifascista - fuori tempo massimo. Essendone consapevole, cerca di riparare calcando la mano, enfatizzando la sua conversione. Uscendone con quel «male assoluto» che non venne in mente nemmeno agli antifascisti Doc o calandosi in testa - per dissipare eventuali dubbi sul suo filosemitismo - la kippah. Sono più che certo che se avesse potuto liberamente esibire il risultato, si sarebbe fatto circoncidere.
Come nelle favole, per recuperare la verginità perduta quando arringava nelle piazze chiamando a raccolta i camerati, Gianfranco Fini seguita a immergersi nella fontaine de jouvence. Io non credo che sappia di preciso cosa fare da grande, se il presidente della Repubblica, il capo del governo o di un partito (ovviamente di centro con pruriti a sinistra). Però ora, e per dimostrare che non solo non è più fascista, ma nemmeno berlusconiano, un po’ rompe le balle al Cavaliere, un po’ fa professione di sincerume democratico accarezzando la testolina di tanti piccoli Mustafà e inventandosi o facendosi inventare da Filippo Rossi, il Mario Appelius di FareFuturo, una bischerata come la «visione dinamica dell’identità nazionale», così in movimento, così elastica da tornar buona anche per i tre milioni di immigrati che hanno preso l’Italia per un califfato. Gesti, parole quelli di Fini sempre e comunque strumentali, tattiche: farsi bello agli occhi dei «sinceri democratici» e delle Fulvie, dove si va tutti il sabato sera. Di strategia, infatti, non si parla. Di una iniziativa che non sia quella di fare una destra «trendy e alla moda», di una agenda, un progetto, un’idea o anche ideuzza politica nemmeno l’ombra. D’altronde il sacco dà la farina che ha e chiedere a Fini e ai suoi Appelius qualcosa di più del dispetto e della provocazione a Berlusconi è come cavar sangue dalle rape. Rape, caro Esigibili, rape.