Gianfranco senza pudore: torna nella casa di Montecarlo

Fini nega ancora lo scandalo della casa: &quot;Calunnie di Lavitola e carte false&quot;. La procura ha certificato che è tutto vero. E' stato il direttore de <em>L'Avanti!</em> a svendere l'immobile a Tulliani? E sulla pesca proibita a Giannutri, Gianfry spiega: &quot;Tante bugie. E' stato l'errore di un papà che mostra la stella marina alla sua bimba. Poi l'ho ributtata in mare&quot;

Gian Marco Chiocci - Mariateresa Conti

Poteva limitarsi all’iniziale «il bilancio personale lo tengo per me». Glissare con nonchalance . Far finta di niente, per decenza, per la traballante serenità familia­re, per sperare di avere ancora uno straccio di futuro politico. E inve­ce no. Gianfranco Fini s’è rifatto male da solo poiché sa che ogni vol­ta che parla della c­asa di Montecar­lo donata ad An dalla contessa An­na Maria Colleoni «per la buona battaglia» (svenduta invece a due società off-shore caraibiche e poi abitata dal cognato Giancarlo Tul­liani) perde la faccia oltre ai pochi consensi rimasti. Il presidente del­la Camera, intervistato ieri a SkyTg24 da Maria Latella, ha volu­to strafare. È tornato su quella feri­t­a mai rimarginata attaccando Sil­vio Berlusconi, il direttore del­l’ Avanti! Valter Lavitola e indiretta­mente pure questo quotidia­no re­sponsabile di un’inchiesta giorna­listica lodata dal Fatto di Travaglio con fatti che la procura di Roma ha giudicato tutti veri. «Credo che campagna di calunnia come quel­la mai sia stata organizzata...», ri­sponde il leader Fli alla Latella, che gli chiede di tracciare un bilan­cio di quella vicenda a un anno esatto dal videomessaggio in cui Fini giurò (sic!) che se fosse emer­so che il cognato Giancarlo era il proprietario della casa lui si sareb­be dimesso. Quindi l’affondo:«Un anno dopo mi sono preso anche qualche soddisfazione, perché mi sembra che un faccendiere oggi agli onori delle cronache, Lavito­la... non mi sono meravigliato quando ho appreso fosse ospite dell’aereo presidenziale con Ber­lusconi a Panama o ospite, o me­glio presente, nei colloqui tra il no­str­o ministro Frattini e autorità pa­namensi (circostanza smentita dalla Farnesina, ndr). Quando ci si circonda di personaggi come quel­li­è di tutta evidenza che c’è qualco­sa di poco trasparente, anche nel­la presentazione di alcuni docu­menti patacca...».

Ma certo, tutto chiaro. È colpa di Lavitola, e che sciocchi i pm della Procura di Roma a indagare per sette mesi su questa storia con i guanti bianchi (Fini indagato per un giorno, ricordate?, quello della richiesta di archiviazione) senza ascoltare l’editore. Tutta colpa di quel Lavitola che nell’ affaire Mon­t­ecarlo entra solo alla fine della sto­ria per aver pubblicato su L’Avan­ti! un’e-mail caraibica del broker Jospeh Walfenzao che indica nel ti­tolare della società ombra, pro­prietaria dell’appartamento di rue Princesse Charlotte 14 a Mon­­tecarlo, Giancarlo Tulliani, che è anche l’inquilino.

Tutta colpa di Lavitola, dunque. Ma è proprio così, signor presiden­te della Camera? Ci risponda, se può. È stato Lavitola a piazzare nel­la casa di Montecarlo suo cogna­to? È stato lui, Lavitola, a scoprire che An aveva un appartamento nel Principato? Lui che ha indica­to la off-shore che ha fatto l’affare? C’è forse Lavitola dietro la secon­da off­ shore che ha acquistato dal­la prima e che come inquilino, fra milioni, ha trovato il fratello di sua sorella? È stato Lavitola a impedi­re ad An, per dieci anni, di non alie­nare il bene e di cambiare idea so­lo quando s’è presentata la società caraibica in contatto con suo co­gnato? Lavitola ha avuto un ruolo nel bloccare l’offerta da oltre un milione del senatore ex An, Antoni­no Caruso? E i testimoni che dico­no di averla vista insieme alla sua signora nella palazzina di rue Prin­cesse Charlotte sono tutti a libro paga di Lavitola? O magari è stipen­diato da La­vitola il teste del mobili­ficio romano Castellucci che giura di averla vista accompagnare Eli­sabetta per l’acquisto di una cuci­na Scavolini per la casa all’estero? Forse è stato il carabiniere latitan­te Enrico La Monica, indagato con Lavitola nell’inchiesta P4,a scatta­re le foto pubblicate che provano come quella cucina che lei disse es­sere a Roma in realtà era assembla­ta nella casa monegasca di Gian­carlo? E lei, presidente, come face­va a conoscere quella data esatta di un passaggio tra società off­sho­re delle quali lei aveva detto di non sapere nulla? E faranno parte del complotto di Lavitola anche l’ar­chitetto e gli operai che hanno par­lato di Tulliani come di colui che sembrava il proprietario della ca­sa. Di certo fu Lavitola a suggerire a Elisabetta Tulliani di scrivere e-mail al maggior costruttore mo­negasco, Luciano Garzelli, per la ri­strutturazione. E ancora. Fu Lavi­tola a far sì che l’ambasciatore Mi­­stretta si mettesse a completa di­sposizione dei fratelli Tulliani? Il contratto di affitto depositato a Montecarlo da cui risulta che pro­p­rietario e affittuario hanno la stes­sa firma è stato contraffatto da La­vitola? Ed è stato Lavitola a far sì che i pm di Roma riuscissero a evi­tarle l’accompagnamento coatto per essere sentito come testimo­ne, e dunque obbligato a dire la ve­rità? Che lei sappia Lavitola ha ami­ci anche alla Chambre Immobi­lière M­onégasque che ha certifica­to che il quartierino è stato svendu­to a un prezzo ridicolo? Quando parla di «documento patacca» di uno stato estero, si rende conto che il suo ruolo istituzionale do­vrebbe consigliarle maggior caute­la? Un anno fa lei disse che se fosse emerso che suo cognato era il pro­­prietario, si sarebbe dimesso. Per­ché siede ancora nello scranno più alto di Montecitorio?