Ma Gianfranco si smarca ancora: «Avrei fatto come papà Englaro»

RomaChi ha infiammato il dibattito politico con dichiarazioni a raffica e varie interviste a Sky, a In mezz’ora e al Corriere? Gianfranco Fini. Chi ha aperto una crepa nel Pdl per riempirla con la cittadinanza breve agli immigrati, con una nuova proposta sul fine vita e chiedendo «rispetto» per i magistrati? Gianfranco Fini. Chi ha rispolverato la vecchia «bozza Violante» sulle riforme e ha proposto il ritorno al sistema elettorale maggioritario uninominale? Sempre il presidente della Camera Fini.
E anche ieri l’uomo che ha spostato più in là i confini del moderno centrodestra ha continuato il suo percorso. Presentando Quel che è di Cesare il nuovo libro-intervista sui temi etici della ex pasionaria Rosy Bindi, ora presidente del Pd, ha proseguito la certosina opera di decostruzione delle antiche certezze. «Mi sarei comportato come la famiglia di Eluana», ha detto a proposito del caso Englaro sottolineando che «la volontà della persona coinvolta e della famiglia è meritevole del rispetto delle istituzioni, è una soglia che non deve essere varcata a cuor leggero dallo Stato».
Una bella bordata alla «sua» maggioranza, la stessa che ha approntato un ddl che intende evitare nuovi casi di «eutanasia mascherata». Ma anche una bella bordata contro se stesso. Non c’è bisogno di ritornare ai tempi del fu Msi (incorrendo nelle precise puntualizzazioni degli esegeti ufficiali del Secolo e di FareFuturo) per riscoprire un Fini diverso. Tre anni fa, il 7 dicembre 2006, parlando di Piergiorgio Welby, malato di distrofia che chiedeva lo stop al respiratore, Gianfranco Fini disse: «Welby è cosciente, non può chiedere di morire. Chi assecondasse la sua volontà sarebbe un omicida». In tre anni il punto di vista sulla questione si è rovesciato.
Analogamente si sono trasformate - in un periodo leggermente più lungo - le convinzioni del presidente della Camera sulle riforme istituzionali. «I giovani non vogliono che si continui con questo derby permanente», ha affermato rivolgendosi ai ragazzi in platea e al segretario del Pd Bersani. L’argomento dibattuto erano i temi etici e la cittadinanza agli immigrati. Di quest’ultima Montecitorio si occuperà dopo la Finanziaria e Fini ha anticipato che senza accordo bipartisan «l’assemblea discuterà le diverse proposte». Lo spirito di condivisione dovrà estendersi a tutto il percorso riformatore.
Ed è ben strano che oggi Gianfranco Fini sia paragonabile a Boris Johnson, il sindaco di Londra che pur essendo conservatore assomiglia a un laburista, quando nel 2003 non utilizzava le stesse formule. «Non sarebbe un delitto né una bizzarria, in assenza di intesa, che la maggioranza facesse le riforme secondo il suo programma», affermò ricordando la figura di Pinuccio Tatarella. E quando l’allora Casa della libertà pensava di cambiare la Costituzione, Fini non era così sensibile ai richiami di Bersani come lo è stato ieri. «Se le opposizioni non vogliono confrontarsi, andremo avanti da soli», argomentò il vicepremier Fini il quale allora riteneva impossibile condividere valori «con chi ci considera usurpatori».
Dopo sei anni, invece, è un florilegio di ammonimenti sulla «riscrittura condivisa delle regole». Concetto ribadito dieci giorni fa a Prato sconsigliando la maggioranza dal modificarle «a proprio piacimento». Insomma, l’evidente discrasia non riguarda il Fini «delfino di Almirante», ma il Fini «braccio destro» del Cavaliere.
I contrasti sono ovviamente amplificati dalla sovraesposizione mediatica del primo inquilino di Montecitorio che negli ultimi mesi ha riempito pagine di quotidiani e schermi tv. Certo, giornalisticamente parlando, un personaggio è molto più interessante quando rivela un profilo conflittuale, di «rottura». E tale è sicuramente Gianfranco Fini che ha chiuso la Camera per una settimana perché il ministro Tremonti non garantisce risorse per i progetti di legge. Quel Fini che ha sdoganato la parola «stronzi» per chi discrimina o che «benedice» la censura sulla provenienza etnica degli autori dei delitti. Quel Fini che paventa «difficoltà» perché il governo Berlusconi potrebbe ricorrere alla fiducia «di prassi» sulla Finanziaria.
C’è però un dato di fatto: Gianfranco Fini ha «oscurato» mediaticamente tanto l’ascesa alla segreteria del Pd di Pier Luigi Bersani quanto le quotidiane esternazioni antiberlusconiane di Antonio Di Pietro. E non è un caso che i due quotidiani più vicini all’area moderata del centrosinistra, Europa e Il Riformista, abbiano cominciato a preoccuparsene.