Ma Gianfranco vuole davvero il presidenzialismo?

A uso e consumo di Pierluigi Bersani e dei suoi cari, che si fanno prendere dalle convulsioni ogni volta che viene evocato il presidenzialismo, mettiamo le mani avanti. Questa è una bandiera non solo della Destra ma anche della Sinistra. Basterà fare i nomi del socialista francese Léon Blum, presidente del Consiglio del Fronte popolare, di Piero Calamandrei, che all’Assemblea costituente si batté da par suo in tal senso assieme con i quattro gatti del Partito d’azione, del repubblicano Randolfo Pacciardi, valoroso combattente in Spagna contro Francisco Franco, di Bettino Craxi e del suo consigliere istituzionale Giuliano Amato. Ma non c’è dubbio che il presidenzialismo è stato per decenni il cavallo di battaglia del Msi. E la cosa si spiega.
Soprattutto Giorgio Almirante confidava di prendere, per così dire, due piccioni con una fava. Da un lato si riproponeva di ridurre a più miti consigli quella partitocrazia che Giuseppe Maranini definiva tiranno senza volto, perché se tutti sono responsabili alla fine non lo è più nessuno. Tanto più bestia nera, la partitocrazia, in quanto pretendeva di identificarsi in un assurdo arco costituzionale. Come se la democrazia fosse quella dei soli soci fondatori. E fuori tutti gli altri. Dall’altro lato Almirante sperava che la sua candidatura alla presidenza della Repubblica avrebbe avuto, grazie al suo carisma, un effetto di trascinamento sul Msi.
Si può perciò immaginare l’entusiasmo di Gianfranco Fini quando la commissione Bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema per un soffio approvò l’elezione popolare diretta del capo dello Stato anziché il premierato presentato in alternativa dal relatore Cesare Salvi. Un miracolo dovuto a Pinuccio Tatarella. Senza farne parola con nessuno, si mise d’accordo con Roberto Maroni. Risultato: i dieci parlamentari della Lega, che fino ad allora avevano disertato i lavori, si ripresentarono all’improvviso e fecero pendere la bilancia dalla parte del presidenzialismo. Tuttavia si trattò di una vittoria mutilata. Perché nel complesso i poteri del presidente non cambiarono di molto. Con un doppio rischio. Anziché marciare verso gli Stati Uniti o la Francia, potevamo finire in Austria, Irlanda e Islanda, dove il capo dello Stato non ha in mano il mestolo della cuoca di Lenin. E poi c’era l’opposto pericolo che un presidente ambizioso potesse espandersi con il pretesto della legittimazione popolare.
La bozza predisposta da Roberto Calderoli, che ha l’argento vivo addosso e non si dà un attimo di respiro, non è che un punto di partenza. Si capisce. Ma sul semipresidenzialismo alla francese, per quanto se ne sa, Silvio Berlusconi non ha mosso obiezioni. Anche a costo di dispiacere a qualcuno dei suoi, che ancora vagheggia il premierato di marca britannica.
E Fini? Il presidente della Camera si muove a zig-zag. Negli ultimi mesi ha guardato con simpatia e interesse alla Francia. E non ne ha fatto certo mistero. Nei giorni scorsi non ha detto un rotondo no, ma ha obiettato che i tempi non appaiono ancora maturi. La stranezza è che lo dichiari proprio nel momento in cui nella maggioranza questa forma di governo sta prendendo quota. Infine si schiera con la parte riformista dell’opposizione, che non esclude una ipotesi del genere. Ma a patto che sia cambiata la legge elettorale. E come, di grazia? Elementare, Watson. Prevedendo per l’elezione dei parlamentari il doppio turno alla francese. Guarda caso, lo stesso sistema elettorale auspicato da D’Alema non appena la sua commissione approvò l'elezione popolare diretta del capo dello Stato.
Ma Pdl e Lega hanno buone ragioni per dire di no. Perché il doppio turno aumenta i costi elettorali, disincentiva la partecipazione al voto e, di norma, penalizza il centrodestra. Il presidente della Camera non può ignorarlo. Perciò i suoi «sì, ma» sembrano un pretesto per non farne di nulla. Quando si dice l’eterogenesi dei Fini...
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