Gianluca Guidi, Gigi Proietti e la «normalità» del successo

L’attore a ruota libera su teatro, musica e grandi «maestri» alla vigilia del suo ritorno sulla scena

A poche ore dall’inizio della prova generale (Taxi a due piazze da oggi al teatro Greco di via Leoncavallo), Gianluca Guidi mostra una tranquillità davvero impressionante. E capisci subito che ha un rispetto e un amore per il suo lavoro genuini, senza pose o ingombrante narcisismo. Bastano pochi dettagli. Magari partendo dagli abiti di scena. Mostra, infatti, con orgoglio la blusa che veste il simpatico tassista romano cui presta il volto e la voce. «Sembra nuova - sorride compiaciuto indicandola - eppure è diventata come un feticcio, visto che la indosso fin dal debutto (ora sono più di 390 repliche, ndr)».
Quaranta primavere alle spalle, una codice genetico importante e ingombrante (è figlio di Lauretta Masiero e Johnny Dorelli), Gianluca Guidi è riuscito a sfondare nel mondo dello spettacolo malgrado tutto e tutti. Può sembrare un paradosso ma non lo è. «Mio padre era contrario - ricorda l’attore -. Mi diceva sempre: “prima prenditi una laurea e poi puoi fare quello che vuoi”. Può essere un po’ complicato. E se uno volesse fare il dentista, mica si può prendere prima una laurea in Legge!».
Il suo debutto ufficiale coincide con un’apparizione a Sanremo nel 1989.
«In verità avevo iniziato a lavorare già qualche anno prima nei pianobar di Ginevra».
Come mai proprio lassù?
«I miei mi avevano spedito lì per frequentare l’università americana. Mi annoiavo molto, però. E un bel giorno, quasi per caso, mi sono ritrovato con una scrittura per un locale di Ginevra. Si trattava di un ristorante messicano».
E suo padre non la prese bene.
«Quando lo scoprì mi fece tornare a Milano e poi mi spedì subito a fare il militare. Ovviamente raccomandandomi per finire nel posto più lontano e disagevole possibile».
Medoto Montessori.
«Già. Per fortuna che ho trovato il modo di tornare a Milano molto presto e lì ho iniziato a lavorare nei locali. Il primo fu il Burlesque, dove all’epoca lavoravano anche Teo Teocoli, Aldo e Giovanni (senza Giacomo) e Giobbe Covatta».
Altri tempi...
«C’era un rispetto per la memoria e la cultura popolare che oggi si è perso. Ormai si crede che popolare coincida con il becerume televisivo».
Quali sono i suoi maestri?
«Su tutti Proietti, con cui c’è un rapporto ormai quasi filiale. Nonostante non abbia fatto il suo laboratorio».
Difficile vederla come autodidatta.
«In verità a Milano ho anche seguito una scuola. Facendo il night la sera, la mattina cercavo di trarre profitto dalle lezioni di una scuola di recitazione dove si impartiva un metodo molto innovativo. Ti facevano leggere i Buddenbrook steso a pancia in giù per allenare il diaframma. Quindi ho mollato, era davvero noioso».
E poi c’è il modello paterno. Un modello ingombrante, visto che più d’uno l’ha definito un suo clone.
«Sono dell’idea che la vita rimette in pari. È ovvio che l’esempio paterno pesa. Però mi ha permesso di frequentare una scuola più unica che rara. Assorbi cose che in nessun corso ti insegnano».
C’è stato un momento in cui non si è sentito più «figlio di»?
«Quasi da subito, direi. In fondo la somiglianza con mio padre l’ho anche cavalcata. In fin dei conti mica mi dicevano che assomigliavo a un criminale! Ho smesso da subito di sentirmi professionalmente figlio di mio padre grazie anche alla mia vena narcisista».
Fra poco diventerà padre... ricascherà negli stessi errori e luoghi comuni?
«Francamente non mi preoccupo di questo. Adesso penso solo a mia moglie, ai biberon e ai passeggini».
Oltre alla voce impostata per la recitazione, tra le sue qualità più apprezzate c’è il canto. Oggi il musical e la commedia musicale vivono una stagione estremamente positiva. Da addetto ai lavori sa spiegare il motivo di questo nuovo amore del pubblico?
«È un fatto tutto italiano. Una volta c’erano solo Garinei e Giovannini a calvacare il musical. Oggi però la gente si è stufata di un teatro tradizionale troppo teatro e difficile. Basta veder quel che accade a Londra dove non solo i musical vanno molto e da sempre. Ma anche Shakespeare è popolare perché i registi hanno l’umiltà di rispettare la sua drammaturgia».
Da noi invece viene sempre prima il regista.
«L’unico spettacolo shakespeariano che ha avuto un successo popolare è stato, infatti, il Romeo e Giulietta al Globe di Villa Borghese. Semplice e onesto. E il pubblico ha gradito».
Complice anche la cornice del Globe, in puro stile elisabettiano.
«Certo, ma non solo. Il problema è che da noi c’è il vezzo di demistificare gli autori. Che sia una moda tutta nostra lo dimostra il fatto che all’estero poi ci snobbano. E hanno ragione».
A proposito di Proietti, che ha firmato la regista di «Taxi a 2 piazze» fino alla passata stagione, come è nato il vostro sodalizio?
«Lo andai a vedere nel ’90 al Brancaccio dove recitava l’Edmund Kean. Rimasi folgorato al punto che tornavo tutte le sere a vederlo. Poi, la sua amministratrice dell’epoca, intenerita dalla mia costanza, alla ventesima volta che mi vedeva entrare mi ha chiesto se volevo conoscere Proietti».
Proietti è avaro o prodigo di consigli?
«In verità Gigi insegna sempre qualcosa anche quando si parla del più e del meno, perché ti fa sempre scattare una molla, una suggestione. In questo è un fenomeno. La sua lezione principe, però, è la maniacalità sulla confezione dello spettacolo. Non gli sfugge alcunché. E standogli vicino, ho finito per diventare anch’io un perfezionista».
E suo padre?
«È stato facile imparare da lui. Avevo l’opportunità di guardarlo e ammirarlo mentre preparava gli spettacoli. Anche se, di fatto, ha inibito la mia prima e più profonda ambizione».
E cioè?
«Direttore d’orchestra. Quando ero piccolo era il mio chiodo fisso. Adesso mi accontenterei anche di fare una regia d’opera».
Altri sogni nel cassetto?
«Dopo vent’anni di mestiere, sento poco l’esigenza di comparire e di stare sulla scena. Quindi il mio naturale desiderio è quello di dedicarmi sempre di più alla regia e alla produzione».
Nessuna nostalgia per l’adrenalina dell’entrata in scena?
«C’è sempre una forte emozione, anche se non si può più parlare di adrenalina. L’importante è divertirsi e lavorare onestamente. E di gente capace di divertirsi lavorando in giro non ce n’è poi molta».
Fuori i nomi di questi virtuosi.
«Ovviamente Fiorello e la sua banda. Viva Radio 2 è la punta di diamante della nostra radio. Da noi ci si stupisce sempre del fatto che quando uno è bravo e fa bene il suo mestiere ha successo. Perché mai? Al limite ci si dovrebbe stupire del contrario».