Gianni Agnelli: vita privata di un uomo pubblico

A cinque anni dalla scomparsa un libro raccoglie foto inedite e scritti dell'Avvocato. L'infanzia, la guerra, la famiglia, la dolce vita, la Fiat, lo sport in un diario per molti versi sorprendente. Nell'introduzione Kissinger dedica affettuose parole all'amico, ricordando il suo coraggio durante la malattia

Cinque anni dopo. Un libro, le fotografie, gli scritti. Diario di Gianni Agnelli raccolto in duecento e più pagine per Rizzoli, righe di affetto profondo e malinconico e di memoria forte e partecipata, firmate in avvio da Henry Kissinger, immagini inedite, di infanzia, adolescenza, di guerra e di dolce vita, di industria e di sport, così l’Avvocato torna a far parlare e pensare, a una Fiat diversa, a un’Italia che sembra lontana, di sicuro trasformata, a un modo di essere e di esistere invidiato, insultato, celebrato, censurato. Detto così si potrebbe ipotizzare uno dei mille riti di onore e riverenza alla Persona, l’ennesima cortigianeria nei confronti del Monarca. Ma il libro è altro, le fotografie servono a scoprire una fetta di vita sconosciuta, con asterischi anche buffi, l’illustrazione delle tessere di accredito, dalla Freccia Alata a quella di Senatore della Repubblica, dall’Associazione ex allievi del liceo D’Azeglio allo Juventus club Lumezzane, roba piccola e bella da mercatino delle pulci prima degli oggetti da emeroteca o museo: dico delle immagini antiche dei nonni, comunque e dovunque circondati da bambini, bambine, cani per poi scivolare verso le prime esibizioni da bullo, con seduta provocante, in accappatoio, o, ricciuto, forse brillantinato, indossando abiti rigorosi, doppiopetto o affini, ma in posture libere.

Le parole dedicate da Gianni Agnelli al funerale di suo padre sono la chiave per comprendere un’epoca, una dinastia: «Ero disperato. Si piange, certamente, quando si è così giovani. A quattordici anni si sa che la gente muore, ma non si pensa mai che avvenga. Ricordo il funerale di mio padre, nel ’35. C’erano tutti, autorità, gente da Roma, rappresentanti allora della Real Casa, del governo. Perché? Perché era il figlio di un uomo autorevole, importante. Ai funerali di mio nonno, nel ’45, c’eravamo venti persone della famiglia e cinquanta fedeli dirigenti».
Era cambiata la storia, basta osservare le fotografie che seguono, il servizio militare in Russia o in Tunisia, a cavallo, su un’autoblindo con un paio di occhiali che suo nipote Lapo potrebbe copiare, c’è sempre una sigaretta tra le mani o le labbra del giovin signore soldato, c’è la fede nella Patria: «Ho votato a Torino, naturalmente e ho votato per la Monarchia. Nel giugno del ’46 non ero più ufficiale. Ma un giuramento vale sempre. Ricordo che sulla Linea gotica i partigiani ci dicevano sempre «Ah, voi siete gli ufficiali badogliani». E noi: «No, siamo soldati al servizio di Sua Maestà».

C’è sempre una femmina che ronza attorno al suo miele. «Ognuno è play boy. Tutti ci provano, alcuni ci riescono, altri no» annota perfidamente tra una zingarata a Ravello o in Costa Azzurra: «Erano anni magnifici. Intanto è sempre magnifico vivere gli anni quando uno è tra i 25 e i 35 anni, è sempre meraviglioso. E poi tutto andava bene: le fabbriche guadagnavano molto, crescevano, si sviluppavano». «Non mi aspettavo di diventare popolare...». Non se l’aspettava ma ci provava, disteso sullo skeleton lungo la pista di Cortina, nello spogliatoio della Juventus a parlare con i suoi balocchi, i calciatori. «Vinca la Juventus o vinca il migliore? Sono fortunato, spesso le due cose coincidono», o nella tribuna d’onore del Comunale a fianco del comunista juventino Palmiro Togliatti: «Ho chiesto di lui varie volte alla Iotti: mi raccontava dei pranzi al Cremlino con Stalin».

Vengono poi. Ma direi prima di tutto, la moglie, i figli, i nipoti: «Marella? Viviamo insieme da una vita. A quel punto l’altra persona diventa una parte di te; come si fa a dirsi amici? E di più, molto di più, è un pezzo di te stesso». «Tutto quello che ho l’ho ereditato... non sono un esempio che chiunque può seguire. Ho assunto comunque le mie responsabilità e ho avuto anche fortuna».
In secondo piano, sempre, il fratello Umberto, in secondo piano, sempre, tutti gli altri, da Fidel Castro a Enzo Ferrari, da Moro a Pertini, Fellini o il filosofo Bobbio, questo riusciva a essere Giovanni Agnelli e questo riesce a rendere l’album di fotografie e di memorie scritte.

Due immagini, quasi paradossali, racchiudono e spiegano l’uomo, il suo sentire, il suo esistere. La prima, illumina la navata del Santuario della Consolata, durante la messa di trigesimo per il nipote Giovanni Alberto. Gianni Agnelli è in piedi, unico, solo, mentre gli altri, parenti e amici, seduti, ascoltano le parole del prete. È una postura ripetuta, sempre e che Cesare Romiti assumerà in suo onore il giorno del funerale dell’Avvocato. La seconda, che chiude l’album, mostra Agnelli di spalle, mentre cammina, solo, solitario, appena appoggiato al bastone, il capo chino, nel parco della villa.
Dolci sono le parole di Kissinger: «Gli facevo visita quasi tutti i giorni durante la chemioterapia. Verso la fine, mentre diventava cieco, Marella mi spiegò che la vista gli stava tornando, tanto da permettergli di guardare il calcio alla televisione. Quando me ne rallegrai con lui, mi confessò che in realtà ascoltava semplicemente la cronaca ma non voleva scoraggiare Marella».