Gianni Morandi: «Per Modugno canto a testa in giù»

Il cantante apre il nuovo tour ad Alessandria appeso a un cavo per ricordare i 50 anni del brano più famoso del mondo

nostro inviato ad Alessandria

Caro Morandi, a 64 anni le sembra il caso di iniziare i concerti volando?
«D’altronde la prima canzone di questo show è Volare, il mio omaggio a Domenico Modugno che da ragazzino cambiò la mia vita».
Ma lei inizia il concerto volando davvero appeso a un cavo.
«È un’idea che mi è venuta proprio qui ad Alessandria. L’ho provata, è sicurissima, riesco anche a cantare a testa in giù a dieci metri d’altezza».
Però quando l’ha cantata all’ultimo Festival di Sanremo aveva i piedi per terra ma era commosso come un bambino.
«Mi sono passati davanti cinquant’anni di vita. Lì ho capito che volevo cantarla ai miei concerti. E il mio modo di iniziare un recital nel quale dico: grazie a tutti, a tutto il mio pubblico».
E basta vederlo, il pubblico del Teatro Tenda Lotto ad Alessandria, dove lui ha esordito nel ’62 cantando solo una canzone, Andavo a cento all’ora. Sono commossi tutti, qui, un’euforia che in Italia sa creare solo Gianni Morandi perché, alla faccia delle retorica, c’è una parte di lui in tutti noi. Perciò quando in oltre due ore srotola 38, dicesi trentotto, brani che ciascun italiano ha sentito almeno una volta nella vita (da Occhi di ragazza a Canzoni stonate a C’era un ragazzo e a tutte le altre che vi potete immaginare), è un’ovazione continua, un maremoto di applausi che diventano un piccolo manuale di quotidiana italianità. La signora che si è sposata con le sue canzoni, il nonno che ha fatto il militare con lui, la ragazza che lo ha scoperto ascoltando Bella signora. C’era già Morandi quando la Rai aveva un solo canale, c’era già quando Tambroni ordinò di sparare sugli operai, Kennedy pensava alla Baia dei Porci e Pippo Baudo non aveva neppure un’ora di tivù all’attivo. Adesso che sua Pippità ha milioni di ore alle spalle, Morandi si ritrova davanti a un pubblico che sarebbe un bendiddio per qualsiasi cantante. Sarà per questo che il Grazie a tutti tour durerà tanti mesi (a Milano dal 3 al 16 aprile) e perciò lui alla televisione, ossia a fare il presentatore di un one man show, ha detto arrivederci e grazie.
Morandi, però, in una ricerca di mercato la Abacus lo inserisce tra i primi cinque intrattenitori italiani dopo Fiorello.
«In questi anni ho fatto soltanto l’ospite, ed è molto più rilassante, non c’è lo stress degli ascolti e di tutte quelle robe lì. La tv sta cambiando, si porta via un mondo che cerca un’altra collocazione».
Anche il Festival di Sanremo?
«Cinque serate per quattro ore ciascuna. Troppe».
Il suo one ma show adesso è sul palco.
«Sì, questa è una sorta di recital. Io canto e parlo da solo».
Senza band?
«L’ho lasciata a casa. Qui ho la mia chitarra e, per le basi musicali, uso la tecnica che mi ha spiegato tanti e tanti anni fa Giorgio Gaber: quella del revox. Molto meglio dei computer: schiacci il pulsante ed è tutto perfettamente sincronizzato».
E poi?
«Parlo. Ho i testi dei brevi monologhi scritti da Carlo Taranto della Gialappa’s Band sulla mia vita. Come l’episodio degli inizi, quando andavamo al bar di Monghidoro per vedere l’unica tv. E, proprio come allora, mi diverto da morire. Racconto la mia vita, faccio l’imitazione di Mogol (la fa ed è divertentissima – ndr), ricordo i miei incontri con Eros Ramazzotti che sono stati molto importanti, e poi con Franco Migliacci, con tutte le persone che hanno segnato la mia vita».
Un trionfo del revival. Eppure suo figlio Pietro la vorrebbe rocker.
«Lo so, me lo dice sempre. Anche se ha appena dieci anni, lui ascolta i Metallica, i Linkin Park, musica muscolosa. Ma io non posso cantare rock».
Perché?
«Non sarei credibile, come faccio dopo tutta questa carriera?».
Tra gli alti e i bassi, lei ha avuto un po’ di punti fermi. Uno di questi sono le sue radici comuniste, che ultimamente ha un po’ smorzato. Adesso siamo in campagna elettorale, incombe la paurosa par condicio. Come se la sbriga?
«Tutti sanno che mio padre era comunista. Ma a me non piace schierarmi. Finché parlo del passato, credo di non fare danni. Ma adesso, proprio alla vigilia delle elezioni, preferisco non schierarmi proprio».