Giannini: «Mi alleo con Bond poi do la caccia a Br e mafia»

L’attore farà anche il nuovo 007 e in tv sarà il prefetto di Palermo

da Roma

Caro Giancarlo Giannini, come prosegue la sua ricerca della felicità a Hollywood, dove sbarcò con Pasqualino Settebellezze, scanzonato film della Wertmüller, che nel 1976 le valse una nomination all’Oscar come miglior protagonista?
«Molto bene, direi: fare film all’estero mi diverte. In America gli attori come me, che hanno un po’ d’esperienza, vengono trattati con un certo rispetto».
Non faccia il modesto: se non era quel bravissimo attore duttile che è, non passava dal commissario Pazzi di Hannibal (2001) a Casino Royale (2006), senza perdere un grammo di credibilità. Nell’erigendo episodio di 007, torna il suo personaggio?
«Ho già messo la firma. E nel prossimo episodio il mio Mathis, che in Casino Royale non si capisce bene se sia buono o cattivo, perché apparentemente sembra complice di James Bond, ma di fatto lo osteggia, avrà caratteristiche più marcate».
Da referente britannico di stanza nel Montenegro, a perfido traditore?
«Il dubbio verrà sciolto l’anno prossimo: in realtà l’ha già mezzo chiarito il capo di 007, Judy Dench. Perché M, quando in Casino Royale mi portano via di scena, con una scarica elettrica, dice che non sono una spia».
Da capo: farà il fetente o la brava persona?
«La brava persona. Che, però, come a volte capita nella vita, viene costretta a truccare le carte per il bene del suo Paese, minacciato dal terrorismo internazionale».
A proposito di brave persone: ha iniziato le riprese della miniserie televisiva Il generale Dalla Chiesa, di cui sarà protagonista, nel ruolo del valoroso prefetto antimafia ucciso nel 1982, con la moglie e l’agente di scorta?
«Per ora, ho letto la sceneggiatura, tratta da Delitto imperfetto, un libro del figlio di Dalla Chiesa, Nando. Che ne ha scritti vari, sulla tragica vicenda del padre. Non si trova tutti i giorni, un personaggio che combatte, con identica passione, la mafia e le Br. Eppure, ho avuto difficoltà a reperire questo volume, che in ogni caso, mi son voluto leggere. Nella fiction, mia moglie, la mia prima moglie, Doretta, verrà impersonata da Stefania Sandrelli. Ci dirigerà Giorgio Capitani, una mia vecchia conoscenza».
Mentre tornano alla ribalta, vedi il caso di Oreste Scalzone, i protagonisti degli anni di piombo, ormai quasi icone pop, che cosa pensa di quel periodo, puntualmente riesumato dai media?
«Ero partito col procurarmi un libro, funzionale al copione, poi mi sono comprato altri tre testi di Nando Dalla Chiesa. Sentivo il bisogno di riflettere sulla vita di un uomo, che entra giovanissimo nell’Arma e poi combatte la mafia degli appalti, fa arrestare Renato Curcio e poi coordina le indagini sul caso Moro... Politica allo stato puro. Ma anche sentimenti, vita, olocausti personali. Credo che la gente, sugli anni di piombo, non abbia le idee chiare. Oggi è tutto molto confuso».
Nella sua ricca carriera, nutrita da incursioni nel cinema Usa, Nastri d’argento e David di Donatello a tempesta, doppiaggi eccellenti (da Jack Nicholson ad Al Pacino), teatro, ci sono film d’impegno civile, come La cena di Ettore Scola. Come mai i registi italiani ora scansano questo genere?
«Penso che lo evitino perché è la politica italiana che è confusa. E se non esistono fatti chiari da denunciare, in tutta sicurezza; se gli uomini della politica appaiono, per primi, sconcertati, o perplessi, come fa uno a farsi venire delle idee?».
La mafia, per esempio, purtroppo resta di grande attualità...
«Se è per questo, due settimane fa ho finito di girare il sequel di Palermo-Milano solo andata...».
Ci sarà un seguito del film di Fragasso, che dieci anni fa, se non erro, andò molto bene?
«Due premi e tre candidature al David di Donatello. In Milano-Palermo, il ritorno, una saga on-the-road sulla nuova mafia, padrona di Internet, sono ancora il ragioniere Turi Leofonte. Ma, dopo aver scontato undici anni di carcere duro, cambio carattere, ho una nuova identità. E una figlia, impersonata da Romina Mondello, con un figlio handicappato».
Allora non è un film di denuncia civile?
«Piuttosto, action drama. Una storia di fantasia, dove i sentimenti e l’azione largheggiano. Però è stato piacevole ritrovare il vecchio cast: Raoul Bova, Ricky Memphis... Il cinema non si fa da soli».
Quali differenze, tra il lavoro di squadra americano e quello italiano?
«All’estero, specialmente negli Usa, però anche in Spagna, dove continuo ad avere occasioni, si gira più rapidamente. Da noi resiste, ancora, una calma artigianale, magari tutta interiore. È per questo che la mia base rimane qui. Dove amo trasmettere quanto ho imparato, sul set, ai miei allievi del Centro sperimentale. Quest’anno, licenzio il mio primo gruppo di attori».
Che cosa ha insegnato loro?
«Che il cinema non si fa da soli».