Giappone, il ministro ubriaco nuovo simbolo del «sol calante»

SCUSE Shoichi Nakagawa: «Colpa di troppe medicine». Ma da Tokio lo smentiscono

Una volta, quando il Giappone era il Giappone, e perfino l'ultimo dei professori di economia si sarebbe ucciso in pubblico ingoiando il cancellino della lavagna se avesse confuso termini come «spesa» e «ricavi», una storia come quella del ministro Nakagawa non sarebbe non dico accaduta, ma non si sarebbe potuta pensare neppure nel quadro del più sgangherato paradosso. Un ministro delle Finanze che si presenta ubriaco a una conferenza stampa, davanti alle telecamere, all'estero per di più, rimediando una figura tale che anche un Mastella, al confronto, sembra un De Gaulle, distrugge un mito, fa a pezzi una delle poche certezze su cui noi latini riposavamo: l'essere cioè il Giappone - e dunque, per la proprietà transitiva, l'essere giapponese - la quintessenza della serietà, della rettitudine, del rigore spinto fino alla pedanteria. Insomma: dei tedeschi con gli occhi a mandorla, ma più fanatici.
È successo alla conferenza stampa di chiusura del G7 economico tenutosi sul finire della settimana scorsa a Roma. Shoichi Nakagawa, ministro delle Finanze di quello che una volta era l'incrociatore da battaglia dell'economia mondiale, prima che l'incrociatore medesimo mostrasse le terga e la bandiera floscia, nell'atto di inabissarsi di prua, appare stonato come una campana. Le immagini, diventate un cult di YouTube, lo restituiscono addormentato e biascicante come un Romano Prodi, il testone crollante di lato e gli occhi irresistibilmente chiusi, come se da un momento all'altro dovesse scivolare sotto il tavolo.
Ubriaco come un carrettiere, lo ha insultato il segretario del partito Democratico di opposizione, Yukio Hatoyama. Macché, ha ribattuto l'interessato, «ero sotto l'effetto dei medicinali che avevo preso per tenere a bada il raffreddore». Scusa un po' patetica, ma che poteva pure passare per buona se non ci si fosse messo di mezzo l'ex primo ministro Yoshiro Mori, suo compagno di partito, che in un programma Tv del mattino lo ha sputtanato alla grande, gettando altre palate di discredito sul mito di cui dicevamo prima. «Dato che gli piace veramente bere - ha detto Mori - gli ho consigliato di essere molto attento». «È una storia vergognosa», lo ha attaccato Ichiro Ozawa, capo del partito democratico. «Licenziatelo, è scandaloso», ha sparato il già citato Yukio Hatoyama.
In altre immagini impietosamente passate e ripassate sulle reti nipponiche, si vede lo sventurato ministro dire una serie di strafalcioni parlando ad esempio della politica dei tassi del Giappone («sono allo 0,25 per cento, sono bassi», mentre in realtà sono allo 0,1 per cento).
Può accadere, certo. Errare è umano. Ma il Romano Prodi del Sol Levante è di quelli che perseverano diabolicamente. A fine gennaio, ad esempio, ha pronunciato un'altra serie di svarioni durante una sua audizione alla Camera dei Rappresentanti per la presentazione del budget, confondendo voci (lo dicevamo all'inizio) come «spesa» invece di «ricavi».
Insomma, una barzelletta vivente, un ministro che più imbarazzante non si può (poteva benissimo mettere le mani avanti, in conferenza stampa, e chiedere scusa per le sue non brillanti condizioni, o - meglio ancora - spedire un suo vice davanti ai microfoni). Un personaggio di cui il primo ministro Taro Aso si priverebbe volentieri, dimissionandolo, se la mossa non si ritorcesse contro un esecutivo che viaggia verso i minimi storici di gradimento (il 9,7 per cento secondo un sondaggio di una Tv privata, Canale 4).
Insomma: una pagina imbarazzante per un Paese che ha dominato l'economia mondiale per lunghe stagioni, imponendo i suoi televisori, le sue automobili, i computer e tutto l'ambaradan elettronico. E che oggi, mestamente, va ripiegando le sue bandiere sotto lo schiaffo della crisi. Il Pil che nel trimestre ottobre-dicembre 2008 ha ceduto il 12,7 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente significa solo una cosa: recessione. Parola che una volta, quando il Giappone era il Giappone, sarebbe suonata come una barzelletta. Anzi, una bestemmia.