GIARDINI Non strappate più le ortiche

Pia Pera e Antonio Perazzi suggeriscono una nuova filosofia del verde: dalla parte delle «erbacce»

Attenti a quel giorno. Il giorno in cui voi, amanti del giardino, sarete curvi per strappare un’irsuta cicoria che con le sue foglie crestate vi sta rovinando la vellutata armonia del prato. E lei, l’erbaccia, vi guarderà con gli occhi delle sue corolle di un azzurro che vira nell’indaco. Vi accorgerete allora che sono belli i fiori blu della cicoria e belli quelli giallo oro del tarassaco, e quelli violetti dell’ortica. Per non parlare della grazia delle campanule del convolvolo, infestante fra le più ostinate.
In quel momento vi renderete realmente conto della sterminata ricchezza di questa «bella d’erbe famiglia» che ci circonda, di quanta forza e furbizia e coraggio abbiano erbe e piante, di quali strategie mettano in atto per sopravvivere. E dovrete rivedere da cima a fondo i criteri che fino a ora hanno guidato la vostra attività «giardinista». Perché, per esempio, una calendula deve essere bella e coltivabile con amore, mentre un «pisciacane» è un’erbaccia da sfrattare? E la sfiancante lotta che conducete contro le malerbe, gli afidi, le chiocciole, per ottenere un giardino tirato a lucido come nelle riviste, ha poi un senso?
In quel momento non sarete proprio Contro il giardino, come titola il recente libro di Pia Pera e Antonio Perazzi (Ponte alle Grazie, pagg. 159, euro 13.50), sarete piuttosto «oltre il giardino», avrete cioè compiuto un passo al di là del vostro hobby domenicale e della vostra ingenua fiducia in vivaisti improvvisati. Sarete più vicini alla comprensione del giardino come manifestazione di qualcosa di più profondo e nobile e vitale. Più vicini a quella natura che quotidianamente viene aggredita e quotidianamente si ripropone nei modi più impensati. Scrive Antonio Perazzi che per lui oggi un giardino è «una zolla primitiva di prato, un marciapiede di città invaso dalle erbacce, una fabbrica abbandonata e colonizzata dalle piante».
Provocazione? No, riflessione che nel piccolo, prezioso libro (che verrà presentato a Milano il 18 aprile all’Acquario Civico) si svolge attraverso un pacato scambio di lettere fra Pia Pera - l’autrice di L’orto di un perdigiorno e Il giardino che vorrei - e Perazzi, botanico e paesaggista. Il tema va ben oltre il giardino: mentre mostre e riviste sul giardinaggio creano un nuovo, grande mercato, si va consumando ogni giorno il più spietato attacco a quel giardino antico che è il paesaggio italiano. Ecco il problema: ogni giorno viene aggredito, sconciato, cancellato un pezzo di campagna, uno scampolo di bosco, un angolo di libera spiaggia. Inutile allora creare giardinetti artefatti, realizzati secondo le leggi del design e del mercato, inutile dar vita a un «verde pubblico» destinato all’incuria, se prima non si difende quello che resta di un meraviglioso patrimonio arboreo e paesaggistico che esisteva fino all’inizio del secolo scorso e oggi è per metà perduto.
Fra villette a schiera, capannoni industriali e condominii costruiti «secondo i più biechi canoni del fondamentalismo geometrico» come scrive Pia Pera, anche il giardino perde valore e significato, annientando «nel modo più doloroso ogni possibile emozione estetica». Emozione che gli antichi giardini sapevano infondere. Pia Pera (che pure, come Perazzi è contro il giardino concepito artificiosamente) certo non può sottrarsi al fascino di giardini antichi (pensiamo, per fare un solo esempio, alla mirabile Villa Lante di Bagnaia) che certamente erano concepiti secondo schemi estetici «innaturali» e artificiali. Giardini che, scrive l’autrice, «hanno domato interi pendii sottraendoli al selvatico (cosa che oggi sarebbe come sparare a un uomo morto!), ma anche stabilendovi un dialogo indispensabile al fascino stesso dell’opera umana». Nulla di più arbitrario invece di un giardino quando non può più rapportarsi al paesaggio, nel momento in cui viene a trovarsi in quell’orrido agglomerato che gli urbanisti chiamano «città diffusa» e che ha distrutto plaghe un tempo verdi e felici come la Brianza o la pianura veneta.
Ecco perché diventa disgustoso il giardinetto dove mani criminali hanno costretto l’ulivo centenario sradicato dalla natìa Puglia e che ora, barbaramente potato, sopravvive a stento nella nebbia di una città del nord, mentre è commovente la fabbrica dismessa, colonizzata dai topinambour che d’autunno esplodono in migliaia di margherite gialle. Perché il primo è il segno di un fallimento, la seconda testimonia la disperata lotta degli organismi vegetali contro il nostro cemento. Scrive Perazzi: «I bordi delle strade, le aree abbandonate, le linee di confine, i campi incolti sono la patria d’elezione e il rifugio degli organismi che sanno adattarsi all’inquinamento, ai cambiamenti climatici, alle vessazioni di amministrazioni distratte...».
Non ci può essere giardino senza paesaggio, anzi oggi, per gli autori del libro, il giardino «è» il paesaggio e il paesaggio «è» il giardino. Il luogo dove poter osservare la misteriosa forza per cui «qualcosa» sboccia, sia essa una rosa frutto di mille ibridazioni, o una semplice ortica che di anno in anno getta al vento i suoi semi. «Fare un giardino - conclude Pia Pera - è un modo di invocare la natura, enunciare una sorta di preghiera in cui si sussurra la speranza di non averla ancora perduta».