«Giardiniere d’amore: è come una medaglia quella dedica di Brel»

«Avrei voluto che Battiato o De André traducessero un mio testo. Sanremo? Da ospite sì, in gara mai»

La campana di Jemappes. Un tocco e Salvatore pensava, tremando, ad Antonino. La miniera, il pericolo, la vita nel buio, sotto quella terra che non aveva la stessa luce della Sicilia. Salvatore Adamo è un bambino di sessantatré anni: «Cerco negli occhi della gente una parte della loro infanzia, lo stupore e la meraviglia dell’esistenza». Una fetta dei favolosi anni Settanta, un artista che ha venduto ottanta milioni di dischi e che l’Italia ha spedito in soffitta, il ragazzo di Comiso che vive in Belgio, si sposta a Parigi, viaggia in giro per il mondo, ha concerti dovunque, il calendario è pieno fino a dicembre, il suo ultimo lavoro, La porte de l’ange, ha scaldato i cuori e le mani dei francesi, dieci serate di esaurito al Bataclan di Parigi: «La porte de l’ange, il vapore dell’alcol dai fusti dove invecchia il cognac, i sogni che non devono svanire». La voce di Adamo è rimasta calda e inquietante come se non fosse mai trascorso il tempo, quel tempo che, invece, lo ha ferito: «Nel maggio di tre anni fa, la nebbia davanti agli occhi, un’emorragia cerebrale, la confusione improvvisa, pensavo di essere nel sud della Francia, ero a Bruxelles, avevo cancellato i ricordi, persa la memoria dei numeri di telefono, dei nomi degli amici». Di nuovo in miniera, riascoltando la campana di Jemappes, poi lentamente è uscito dal buio, ritrovando i pensieri, le parole, la luce.
Quattrocento e cinquanta canzoni, onori di cittadinanza e di arte, due romanzi, un libro di poesie, la pittura, senza dimenticare le origini: «La mia infanzia, con papà Antonino e mamma Concetta, è stata il punto di riferimento continuo. Vivevamo nelle baracche, avevamo smarrito la luce di Comiso, noi italiani e i nordafricani con noi, a parlare una strana lingua comune, nelle feste, ballando, cantando tutti assieme le melodie di Modugno e Fierro, di Buti e Claudio Villa. Eppoi davanti alla radio ad ascoltare le cronache del Giro d’Italia, divisi tra Magni, Bartali e Coppi. Sognavo di giocare a pallone, per sei anni feci l’ala destra nella squadra del paese, imitavo Gento e Di Stefano, non tifavo per nessuna squadra, mi piaceva il gesto dell’artista. Non ho mai studiato l’italiano, sono autodidatta. Con mamma parlavo in siciliano, con Antonino in francese e Baraque, si chiamava così quel mio amico africano, se lo portarono via i gendarmi come un malfattore, non aveva il permesso di soggiorno ma mi aveva aiutato a conoscere la lingua francese, aveva fatto del bene. Cantavo e papà mi teneva la mano sulle spalle, sognando e sperando. Sperando che non volassi via. Per lui cantai per la prima volta in Italia nella piazza di Vittoria, era piena così e le mie canzoni erano tutte in francese. I siciliani non capivano ma sentivo che mi volevano bene».
Vennero i giorni della grandeur, la televisione e i concerti, i premi, le tournée: «Avevamo lasciato le baracche per andare nelle case di mattone. Vennero Giovanna, Delizia, Eva, Salvina, Annunziata e Giuseppe che ci ha lasciato prima di un tempo giusto. La nostra famiglia ha conservato le abitudini italiane, nel cibo, nelle tradizioni, le mie melodie sono italiane, il contenuto è belga, perché qui ho studiato, i testi sono francesi. Ho sempre avuto il senso del fugace, con lucidità, senza cullarmi nella nostalgia, senza cadere nel pensiero sdolcinato». Jacques Brel gli regalò una coccola: «Adamo est le jardinier de l’amour». «Me la porto appresso come una medaglia grandiosa ma Brel forse l’aveva dedicata a tutti quelli che, come me, amano la vita nella sua semplicità naturale, la vita che ha la sua faccia malvagia».
Una faccia malvagia anche contro Salvatore, sul finire degli anni Sessanta: «Scrissi Inch’Allah nell’ottobre del 1966, parlavo della sofferenza dei bambini israeliani, per me Israele era una parte della Bibbia, era la Samaria, era la Galilea, di lì a poco scoppiò la guerra dei sei giorni e scoppiò la guerra nei miei confronti». In Libano e nei paesi arabi Salvatore Adamo fu messo all’indice, la sua immagine appesa ai muri delle strade e delle scuole, i dischi dell’infame bruciati in piazza. Adamo cambiò alcune strofe: «Lo volli, non fui costretto a farlo, lo volli quando scoprii le sofferenze dell’altra parte. Fui male interpretato, non c’era nulla di politico nel mio testo, nessuna tesi faziosa ma soltanto l’emozione dell’altrui tormento».
Era un bel tempo, comunque, Salvatore Adamo, dopo i Beatles, era l’artista più «venduto» nel mondo, pure per le sue storie d’amore: «Ne inventarono una sulla principessa Fabiola ma io la incontrai cinque volte in tutto, la favola era bella ma diventò assurda sui giornali seri, nessuno mi voleva credere. Lentamente mi allontanai anche dall’Italia perché la vita mia non poteva finire in pubblico, anche un amore parallelo, come è stato, doveva restare tale, perché venisse spiegato soltanto da me e non letto su un foglio che avrebbe ferito chi divideva con me l’amore». Storia di Nicole, sua moglie e di Amelie, la figlia da Nicole accettata.
L’Italia, dunque: «Ho ricevuto alcuni inviti, non si è mai concluso niente. Una partecipazione come ospite d’onore a Sanremo, mai la gara perché i criteri di selezione sono nebbiosi e non mi piace rischiare. Avrei voluto che qualche artista italiano, Vecchioni, Battiato, De André, traducesse i miei testi, per non perderne la qualità. Il mio italiano è scolastico, non sarei capace di essere ugualmente elegante, raffinato come mi riesce in lingua francese. Tre anni fa Battiato si era reso disponibile ma il tempo è trascorso nel silenzio. Mi sono allontanato dall’Italia senza un sentimento di sconfitta».
La sconfitta, semmai, è dell’uomo che non è più bambino: «Brel diceva che ci vuole molto talento per essere un vecchio senza essere un adulto. Così per me».
Sul comodino le canzoni di Simon e Garfunkel, di Sting ma da naufrago sull’isola porterebbe Battisti: «I giardini di marzo, la canzone più bella del mondo».
Ne La porte de l’ange c’è un pezzo a sorpresa che stuzzica George Clooney: «Una sera viene nel mio camerino una coppia. Lei mi dice, con gli occhi innamorati, che i muri della sua stanza sono tappezzati dalle mie fotografie, suo marito non ha lo sguardo allegro. Sorrido e mi rendo conto che quel triangolo è storia comune, non posso scrivere qualcosa che mi coinvolga, penso a Clooney che è il terzo angolo per mia moglie e voilà, il pezzo è fatto».
Da Hugo a Brassens, passando nella polvere nera delle miniere ai riflettori dell’Olympia, Salvatore adesso sogna di diventare nonno: «Ho scritto una canzone sull’argomento, non è ancora pronta, aspetto l’evento». La voce si è fatta più dolce, forse è la fatica di questa strana primavera, con i suoi giardini di marzo, forse è l’eco lontana della campana di Jemappes, Salvatore potrebbe affidare una lacrima al vento e ricominciare, come quella sera, nella piazza di Vittoria, a cantare per noi italiani, sapendo che qualcuno gli vuole bene.