Il «Giardino dei ciliegi» continua a dare frutti

Il capolavoro di Cechov come metafora e simbolo di purezza, rimpianti e sogni

Ferruccio Gattuso

Il termometro scende nelle nostre strade, ma da qualche parte nel nostro immaginario c’è sempre quel giardino dove fioriscono i ciliegi. E appassisce, però, più di una speranza.
Il capolavoro di Anton Checov Il Giardino dei ciliegi - fino al 3 dicembre al Teatro dell’Elfo nell'allestimento firmato da Ferdinando Bruni - vede coinvolti tutti i nomi storici della compagnia, da Ida Marinelli a Elio De Capitani, da Cristina Crippa a Luca Toracca: un cast di dodici interpreti che dimostra in tutta evidenza come la pièce checoviana, mai appassita ai rigori del tempo, costituisca un’ispirazione immarcescibile per chiunque si definisca attore.
Perché il senso della messa in scena di un classico, come spiega lo stesso regista Ferdinando Bruni, cambia con lo scorrere delle epoche, ma non smarrisce mai la sua ragion d’essere: «Sono scadute le lenti deformanti della nostalgia e dell'ideologia» spiega Bruni.
Ciò sta a significare che il Giardino non è più un mondo malinconicamente perduto, né quell’universo oltrecortina che deperiva al ritmo ossessivo e suicida del socialismo reale: «Oggi - prosegue Bruni - torna ad essere ciò che letteralmente è: un’enorme tenuta che va alla malora, un tempo principale fonte di reddito della svagata famiglia di aristocratici decaduti che la possiede. Un frutteto che una volta all’anno, nel mese di maggio, si copre di fiori bianchi e diventa giardino, diventa metafora e simbolo di purezza, rimpianti, speranze e sogni».
Come dire: basta una sola, intensa e dolorosa metafora, per parlare agli uomini di tutte le stagioni. La scena del confronto tra i personaggi giunti alla casa d’infanzia per l’ultima estate è, per tutti quattro gli atti della pièce, la stanza dei bambini: «Una sorta di limbo» - spiega il regista, che ha così esemplificato l’ambientazione - dove si svolge il bilancio involontario e collettivo di un’esistenza. Ljubov, Gaev, Varja e gli altri sono chiusi in una gabbia di abitudini, di parole che girano su se stesse, perdendo il loro rapporto con gli oggetti della vita reale».
Da quella stanza si finisce per osservare il giardino, semplicemente sbirciando dalla finestra. Un po’ per paura, un po’ per stanchezza. «Le analogie tra quel 1904 e il nostro inizio secolo sono molte - spiega Bruni - Come allora, una società cullata nei privilegi rifiuta di fare i conti con i cambiamenti epocali. Oggi come allora, l’individuo rifiuta di diventare adulto, pretende per sé un’eterna adolescenza. Una continua rimozione dell’infelicità, attraverso fughe che non risolvono i problemi di fondo».
Per Bruni e l’Elfo, il ritorno a Checov giunge dopo vent’anni: «La voce di Anton Cechov è limpida e chiara - conclude il regista - Il suo linguaggio moderno, semplice e non artificioso, quasi cinematografico. Siamo entrati nel Giardino in punta di piedi».