Gibilisco ripescato dal diluvio

Riccardo Signori

nostro inviato a Goteborg

Camminando sotto la pioggia, Alex Schwazer si è sentito sprofondare in un buco nero. Saltando sotto la pioggia, Giuseppe Gibilisco ha trovato una stella cui restar appeso. Per una volta la pista bulgara ci porta buone notizie. Il nostro trapezista domenica sarà in gara nella finale dell’asta, grazie al salto mancato di un bulgaro: pioggia, gara chiusa, a Ilian Efremov mancava una prova per sapere se era dentro o fuori. Come fare? Dentro il bulgaro e dentro anche Gibilisco che poteva essere il danneggiato.
Storie italiane di un giorno da cani: Goteborg affogata in un temporale da zone tropicali, quei poveretti della 50 km di marcia costretti a dannarsi negli ultimi dieci chilometri in atmosfera da sport epico, tra scrosci e pozzanghere, la fatica che ti corrode e l’acqua che ti indurisce i muscoli. Piccoli e grandi drammi: quello di Trond Nymark, coraggioso norvegese che ha condotto corsa di testa fino al chilometro 40, quando la benzina è finita e si è visto superare da altri tre: il francese Diniz, enologo con la faccia da scienziato pazzo, che poi ha vinto, lo spagnolo Garcia e il russo Andronov. E addio medaglia: Nymark arrivò quarto l’anno passato ai mondiali, superato proprio da Alex Schwazer, gli è ricapitato quest’anno. Cinquanta chilometri e nulla in mano: è dura.
Desolata anche la faccia da bambino di Alex Schwazer, arrivato qui con l’idea di tornare a caccia di medaglie. Ventun anni e un mondo di illusioni, davanti fino ai 25 km: in testa e in coppia con Nymark, poi un lento camminare all’indietro fino alla decisione di fermarsi al trentesimo chilometro. Sberla che fa male, Schwazer con lo sguardo da pulcino bagnato ed abbacchiato, tipo duro soprattutto con se stesso. «La fatica era nella testa, non nelle gambe. Ho sentito qualche crampo, qualche dolorino, ma li ho avuti anche l’anno passato al mondiale. Quel giorno sono riuscito a superarli, stavolta mi sono fermato». Lui e il suo cardiofrequenzimetro, l’apparecchio che regola il suo sforzo in ogni corsa, sono andati in tilt. «Mi è mancata la grinta, la cattiveria per reagire. È un brutto segno».
Pensieri neri che sembrano di un altro mondo rispetto al colpo di fortuna toccato a Gibilisco. Ieri mattina il nostro ne ha combinata un’altra delle sue. Tre salti sbagliati a m. 5,55 e addio qualificazione alla finale. Gibilisco aveva passato i 5,45 alla seconda prova, ma non aveva una bella faccia. Frittata. Con tanto di autoflagellazione. «Non avevo reattività, mai capitata una cosa del genere. Forse avevo troppa voglia di fare. Mai una rincorsa buona, una inspiegabile assenza di brillantezza». In sintesi: un disastro. Ma ieri doveva essere il giorno del suo stellone e, nel pomeriggio, Gibilisco ha scoperto che Machiavelli abita anche in Svezia. Per una volta la pioggia gli sarà parsa sole sfavillante. La sua gara era finita ai tre salti nulli ai 5,55. Quella degli altri è andata avanti, finché i giudici non hanno deciso di chiudere. Chiudere, non interrompere per poi riprendere a pioggia cessata. Svarione pagato caro alla resa dei conti: i finalisti di solito sono dodici ma, a gara interrotta, ne avrebbero avuto diritto molti di più. Almeno 19. Ed allora, per non far torto a nessuno, tutti dentro, compreso Gibilisco, ventesimo della compagnia che poteva diventare il diciannovesimo se il bulgaro Efremov avesse fallito l’ultimo salto a 5,60 (avendo evitato i 5,55).
Stavolta lo stellone non è stato proprio a guardare e forse avrà compensato Gibilisco per il rovescio dell’anno scorso al meeting di Zurigo: lui in testa, gara interrotta per pioggia, vittoria non assegnata e neppure l’assegno che valeva il successo. Situazione che ricorda Helsinki ’83, primo campionato del mondo di atletica: pioggia nelle qualificazioni dell’asta, ammessi più di venti atleti. La finale è una maratona, ma quel giorno sbucò nel mondo Sergey Bubka. Chissà non sia un segnale. Per ora Gibilisco ha accettato il regalo con tanto di autocritica: «Qualificazione che non merito, una botta di fortuna che voglio cavalcare». È cambiata la faccia, non l’idea della sua autoaccusa: «Mi restano ancora pochi anni, non posso buttarli». Speriamo se ne ricordi domenica.