Il gigante Crispi e l’Italietta di Visco

Sono costretto a smentire il Cavalier Berlusconi: l’Italia non è tornato ad essere l’Italietta. Magari fosse. La cosiddetta Italietta, quella della fine Ottocento e inizio Novecento, nata dal Risorgimento era un Paese carico di dignità, conscio dei propri valori politici, culturali e morali, con una classe dirigente tutt’altro che inadeguata.
Segnalo la testimonianza del lombardo Stefano Jacini, che fu ministro più volte tra il 1861 e il 1867. Rosario Romeo, il grande storico liberale, cita questa testimonianza in un suo bellissimo saggio. La classe dirigente di quella Italietta, dice Jacini, «fece una politica grande»: creò un esercito degno di primaria potenza e un’armata navale formidabile (lo si vide nella prima grande guerra), coprì l’Italia di una rete di ferrovie, di Università e istituti scientifici superiori, pareggiò le finanze. Va letto quello scritto di Jacini perché ci ritorni un po’ di orgoglio nazionale.
Era l’Italia liberale, di scuola politica cavouriana, con una classe politica di grande spessore. Qualche nome: Ricasoli, Rattazzi, Lanza, Sella, Minghetti, Crispi, Giolitti; e altri se ne potrebbero citare, di destra e di sinistra. Pur con qualche carenza e imperfezione, e anche con qualche scandalo (quello della Banca Romana, per esempio) quell’Italia giganteggia a fronte di quella in cui oggi viviamo. Altro che Italietta! È quella d’oggi che ci fa arrossire.
La settimana appena finita rimarrà nelle cronache come una delle peggiori se non addirittura la peggiore, della nostra storia politica. Per il dibattito al Senato sul caso Visco-Speciale e la cronaca della visita di Bush a Roma c’è da provare vergogna. Lo diciamo senza retorica, con lo spirito del Prezzolini de La Voce del 1914: no, quest’Italia non può piacerci, come è difficile esprimere stima per una parte cospicua della sua classe dirigente.
Mercoledì scorso quel che è accaduto nell’aula di Palazzo Madama è stato davvero umiliante, per tutti, a partire dai 315 senatori presenti. Uno spettacolo indecoroso. È stato uno dei momenti più brutti della storia parlamentare.
Il fatto più grave non è stato il comportamento del viceministro Visco, colpevole sì di soverchieria politica, in spregio di norme e leggi. Perché Visco s’è mosso in linea con la cultura politica ereditata dal vecchio Partito comunista, con un concetto servile delle istituzioni. Di strano, semmai, c’è stato che di questa concezione si siano fatti difensori taluni senatori provenienti da una cultura ben diversa. A tanto può portare, oltre l’ideologia, la solidarietà di gruppo.
Più grave è stato il discorso del ministro dell’Economia, eppur titolare di un curriculum onorevole, dal quale ci si aspettava almeno il rispetto di un galateo morale. Dimenticando che solo pochi giorni prima egli stesso aveva offerto al comandante generale della Guardia di Finanza la nomina a consigliere della Corte dei Conti, Padoa-Schioppa è trasceso in una forte e non documentata accusa di slealtà, coinvolgendo nel discredito persino l’intero Corpo. Perché lo ha fatto? Per ingenuità politica? O per compiacenza verso il premier che lo ha chiamato al governo e verso una coalizione che più squinternata e contraddittoria non potrebbe essere? Il meno che si può dire è che la pagina parlamentare di mercoledì scorso è da archiviare e dimenticare.
L’elemento che ha umiliato definitivamente il clima politico di questa brutta settimana sono state le manifestazioni anti-Bush di sabato a Roma. La responsabilità, anche qui, non va attribuita alle migliaia di protestanti, in maggioranza giovani e non proprio del tutto coscienti, ma a quella parte di classe politica che da anni diffonde irresponsabilmente idee rivoluzionariste.
È significativo quel che ha detto un uomo della stessa sinistra, il filosofo Cacciari, oggi sindaco di Venezia: costoro - ha detto facendo dei nomi - «sono dei conservatori, forze del passato remoto, residui di ideologia». E Prodi? Non gli daremo del «buffone», come ha fatto Cossiga, al quale va riconosciuto il coraggio della coerenza in politica estera, ma un fatto è più che certo: la sua linea politica è dettata dalla sinistra estrema, che il formale fair play nei ricevimenti ufficiali non riesce a smentire.
Un’ultima notazione: ma Fassino e D’Alema quando si decideranno a prendere le distanze da tutte queste contraddizioni? La circospezione con cui si comportano non li aiuta certo a conquistare quella considerazione che essi cercano per accreditarsi come moderna classe dirigente.