Un gigante in sospeso tra Mao e Bill Gates

Alberto Pasolini Zanelli

In Cina ci sono cento milioni di disoccupati; eppure è il Paese dalla crescita economica più rapida nel mondo. La Cina ha il massimo numero di cittadini obesi (che per la cultura confuciana è un segno di prosperità e di buona salute), ma anche il maggior numero di cittadini troppo magri, al limite della denutrizione. La Cina è una superpotenza nucleare, impegnata - dicono - in un poderoso progetto di riarmo; eppure il suo esercito dispone di meno potenza di fuoco del piccolo «distaccamento» militare Usa in quell’angolo di mondo.
In Cina c'è ancora dappertutto il ritratto di Mao, venerato - dicono - come il Padre della Patria; eppure l'ultimo testo di storia per le scuole secondarie di Shanghai menziona Mao quasi esclusivamente come «creatore di moda» per la giacchetta che fece furore anche in Occidente e che nessuno in Cina indossa più. In quel testo si parla assai meno di Mao che di Bill Gates, di internet assai di più che della Lunga Marcia. Il regime si direbbe impegnato, semmai, in una lunga retromarcia; ma è poco più di un gioco di parole, confrontato alla realtà di un Paese che invece va velocemente avanti. Alcuni esponenti sopravvissuti delle Guardie Rosse si sono dedicati agli affari privati, alcuni con grande successo. Dedicato a Mao è anche un grande museo nel suo luogo natale, Shaoshan; e a Shaoshan abita uno dei più famosi miliardari creati dalla riforma economica.
La Cina è retta da un sistema totalitario a partito unico, quello comunista, il più estremista del mondo nella sua fase maoista della Rivoluzione Culturale (venti o trenta milioni di morti) e delle Comuni, sorte dalle rivolte contadine. Oggi nelle campagne ci sono rivolte contro la privatizzazione della terra e l'abolizione delle Comuni da parte del regime comunista. Il termine è un po’ giù di moda, ma non del tutto: presso Pechino hanno aperto un resort di lussuosissimi alberghi disegnati da architetti europei e dai prezzi alle stelle: che però si chiama Comune della Grande Muraglia. Da anni fa parte della Cina Hong Kong, il luogo sulla Terra in cui regna il liberismo capitalista più sfrenato. Per decenni combattuti a colpi di megafono e di fucile, gli imprenditori, che in Cina si chiamano (e chiamano se stessi) senza eufemismi «capitalisti» hanno avuto il permesso di iscriversi al partito comunista, e lo hanno fatto con entusiasmo. In questa fase storica, è stato riconosciuto, sono l'elemento più dinamico nella costruzione del socialismo. Sono loro la locomotiva del boom delle esportazioni, basato prevalentemente sui bassi salari e altri «risparmi» sulla manodopera: per esempio l'inesistenza di quelle garanzie sociali che altrove tengono alti i costi.
Per continuare a chiamarlo comunismo ci vuole del coraggio. Per qualche tempo la combinazione ha suscitato una definizione stimolante e surreale: «Leninismo di mercato» che non significa molto ma può affascinare. A chi si chiede che tipo di comunismo ci sia in Cina, un politologo americano crede di aver trovato la risposta: non si tratta affatto di comunismo bensì di fascismo. E non nel senso generico del termine ma proprio in quello italiano, mussoliniano: «Capitalismo pianificato, clericalismo combinato con slogan futuristi, retorica nazionalista con richiami alle glorie del passato e, intanto, bonifiche e sforzi per far marciare i treni in orario». I governanti di Pechino non partecipano a questo gioco di parole. Hanno altri problemi. Per esempio, hanno appena scoperto che la Cina ha carenza di manodopera. In altri termini, che in un Paese con un miliardo e trecento milioni di abitanti, non ci sono abbastanza cinesi.