Il gigante del soul che è morto volando

È morto sull’aereo che da Los Angeles lo portava ad Amsterdam, dove avrebbe dovuto suonare in un locale che si chiama Paradiso. Uno scherzo del destino per Solomon Burke, leggendario soulman ed eccentrico predicatore (ma nella sua vita ha fatto di tutto, perfino il becchino) esagerato in tutto, nel fisico extralarge e nella voce dalle impennate virulente, nel suo pittoresco modo di dispensare la parola di Dio ai suoi fedeli che non gli ha mai impedito di godere i piaceri della carne. Con i suoi ventun figli e oltre novanta nipoti avrebbe potuto entrare nel Guinness dei primati, ma a chi lo criticava rispondeva candidamente: «Dio è amore e io amo tutti ma in particolare le donne. Non c'è contrasto con la chiesa, faccio solo del bene, per questo ho tanti fedeli alle mie funzioni. Il sabato sera li faccio divertire con la musica e la domenica mattina li ritrovo lì a pregare».
Burke (che diceva di avere settant’anni ma barava sull'età e quasi sicuramente era nato nel 1936 a Philadelphia) certo non vorrebbe che si piangesse per la sua scomparsa; lui predicava ma era soprattutto un gaudente e oggi vorrebbe vedere tutti i suoi fan intonare all’unisono Everybody Needs Somebody to Love, il megasuccesso del 1964 che ha stregato artisti come i Rolling Stones, Wilson Pickett ed è diventato un cavallo di battaglia dei Blues Brothers nell’omonimo film. «Sono un musicista e un messaggero del Signore - diceva con espressione ispirata ed enigmatica - ; sono un predestinato. La mia nascita fu preannunciata in sogno a mia nonna. Sono venuto al mondo per cantare e diffondere la parola di Dio». E lo ha fatto fino all’ultimo giorno, fino all’ultimo secondo, quando il suo cuore imprigionato in un fisico da lottatore di sumo ha smesso di pompare; lui era arrivato ad Amsterdam per suonare con i De Dijk, la band olandese che ha lavorato al suo ultimo album, Hold On Tight, in uscita in qusti giorni (un sinistro parallelo con Otis Redding, che negli anni '60 incise Down In the Valley di Burke e in seguito morì in un incidente aereo pochi giorni prima che arrivasse nei negozi il suo classico Sittin' On the Dock of the Bay). Nonostante la sua mole in Italia eravamo abituati a vedere i suoi concerti (o messe profane); nel 2004 ha inciso e cantato dal vivo C’è sempre un diavolo in me con Zucchero, ha partecipato al concertone benefico per Viareggio e non mancava mai ai nostri più importanti festival estivi. Tenendo viva un pizzico della cialtroneria del minstrel show ( e tenendo fede alla sua immagine «regale») spesso si esibiva seduto sul suo trono, con manto di ermellino e corona in testa, muovendo le mani per benedire il pubblico prima di stregarlo coi suoi inni profani come Cry To Me, il suo primo enorme successo che volò in vetta alle classifiche e vi tornò oltre vent’anni dopo come colonna sonora di Dirty Dancing. Considerato il Re del rock'n'soul, Burke non ha mai seguito la strada maestra della black music, deviando spesso verso la musica country (il suo primo hit Just Out of Reach era infatti una ballata country), anche con album recenti come Nashville con ospiti star quali Emmylou Harris e Dolly Parton. Pochi hanno resistito al suo carisma; nel 2002 Bob Dylan, Van Morrison, Tom Waits e molti altri han preso carta e penna e scritto una serie di canzoni per Burke finite nell’album Don't Give Up On Me. Persino Wojtyla e Benedetto XVI non hanno resistito al suo fascino e lo hanno invitato a cantare in Vaticano. Lui ha commentato: «Il soul è il modo migliore per racontare i sentimenti e anche il Papa lo ha capito. Stare sul palco per me è come stare sul pulpito». Niente di strano per uno che - per quanto «santo» - è nato da una costola della musica del Diavolo.