Gigli, dal sogno Nba al ritorno in provincia: «Il basket non paga»

È il volto nuovo dell’Italbasket, ma guadagna solo 25mila euro a Reggio Emilia

Alessandro Ursic

Da quasi sconosciuto a volto nuovo del basket italiano, passando per la delusione più cocente della sua giovane carriera. Per Angelo Gigli, ala/centro 22enne di Reggio Emilia, sta per iniziare la stagione della verità. Sarà uno dei punti di forza della Nazionale che agli Europei punta a una medaglia. Sperava di approdare al basket Nba, ma dopo mille promesse non è stato chiamato da nessuna squadra al draft di fine giugno. La società che l'ha fatto esordire in serie A, la Bipop Reggio Emilia, non cede alle richieste di altri club: chiede un milione di euro, troppo in un momento di crisi economica del basket italiano. Così questo romano del Portuense (ma nato in Sudafrica) e tifosissimo della Roma di Totti rischia seriamente di passare in pochi mesi dal sogno americano al ritorno in provincia. Paradossale, per uno dei migliori prospetti italiani: per essere alto 2,09 metri Gigli ha mani dolcissime, tira anche da tre. Il prototipo dell'ala forte moderna. Ma evidentemente non ancora pronto per l'America.
Come si è sentito quando è rimasto fuori dal draft Nba?
«Deluso, e amareggiato. Ci tenevo particolarmente: avevo fatto molti sacrifici e ricevuto tanti complimenti. Sono stato anche sfortunato: alcuni scambi di giocatori prima del draft mi hanno svantaggiato».
Ha dei rimpianti?
«No, nessuno. Sono andato lì volendo dare il massimo, e l'ho fatto. Ci ho messo tutto me stesso».
Qual è il bilancio del suo sogno americano?
«È stata un'esperienza super, che rifarei mille volte. Ho capito che il basket Nba è molto diverso da quello che si gioca qui, non solo per le regole ma anche per il modo di giocare, la mentalità. Conta molto di più la parte fisica di quella tecnica. Molti europei sono anche superiori agli americani tecnicamente, secondo me».
E in questo momento cosa manca ad Angelo Gigli per giocare nell'Nba?
«Parecchi muscoli. In questo ho già fatto molti progressi: tre anni fa pesavo 11 chili in meno. Ma devo migliorare anche tecnicamente. Palleggio, tiro, movimenti in post basso: tutto».
Veniamo alla prossima stagione. Dove giocherà?
«Penso ancora a Reggio Emilia. Anche se ci sono tante squadre interessate a me, e non solo italiane. Ma per ora non voglio pensarci. Ho detto al mio procuratore di contattarmi solo in caso di qualcosa di certo».
Se fosse per lei andrebbe a Roma? È la sua città e quest'anno ha grandi ambizioni...
«Il presidente Toti è una bravissima persona e sta facendo parecchi sacrifici. Però devo considerare tanti fattori. Giocare a Roma per me avrebbe un certo significato, ma la squadra quest'anno non farà l'Eurolega».
Ma è vero che se rimane a Reggio guadagnerà solo 25mila euro?
«Sì, più o meno la cifra è quella, prevista dal primo contratto che ho firmato, cinque anni fa. Ma non mi sono mai lamentato».
A parte l'ingaggio, giocare in una piazza piccola le toglierebbe visibilità...
«Lo so, ma avrei anche meno pressioni. Ci sono pro e contro: a Reggio, so che migliorerei ancora. Ho la fiducia dell'allenatore, della società e dell'ambiente. Sono le condizioni ideali per svilupparsi».
A fine stagione ritenterà la carta Nba?
«Non lo so, deciderò di anno in anno. Sono anche loro che devono mostrare interesse per me. Al momento comunque non ci penso, devo prepararmi al meglio per gli Europei e il campionato».
Non teme che il campionato italiano sia più debole? I campioni fuggono all'estero, gli allenatori anche...
«Il problema è che in altri paesi ci sono più soldi. In Spagna fanno 10mila spettatori a partita, in Russia le società sono in mano a dei magnati. Ma il momento duro passerà».
Chi vede favorita quest'anno in Italia?
«Milano fa molto sul serio. Bulleri e Galanda sono due grandi acquisti, l'allenatore è bravo, l'ambiente si sta risollevando. Ma mi piace molto anche Roma: forse non ha ancora l'esperienza per vincere lo scudetto, ma lotterà in alto».
La Nazionale, invece, dove può arrivare agli Europei?
«Qui tutti ci dicono che dobbiamo puntare a una medaglia. Io dico che potenzialmente ci siamo, ma Serbia, Spagna e Germania sono veramente forti...».
Dopo il bronzo agli Europei del 2003 e l'argento olimpico, non c'è il rischio di montarsi la testa?
«Non direi proprio, il coach è stato chiaro in questo. Magari è vero che le altre squadre non ci sottovaluteranno più, perché ci vedono come una delle favorite».
Si dice che il segreto di questa Italia è il gruppo. Solo retorica?
«No, è verissimo. Il gruppo è super, è qualcosa di incredibile: i vecchi aiutano i più giovani, tutti si danno una mano. Non l'avrei pensato, prima di entrare a farne parte».
E il futuro azzurro come sarà? Fino a qualche anno fa ci si lamentava che c'era un buco generazionale preoccupante. Ora si affacciano giovani come lei, Belinelli, Bargnani, Gallinari...
«Direi che siamo coperti in tutti i ruoli. Il problema del ricambio non si pone più, qualche soddisfazione la regaleremo anche noi».