Gilardino, un gol e passa la paura

nostro inviato a Lione
Si muove ancora in punta di piedi, nel Milan. Alberto Gilardino, classe 1982, da Biella, centravanti che viaggia come un eurostar nel circuito domestico (19 gol tra campionato e coppa Italia) aspetta ancora la manna dal cielo nella Champions league (zero reti) mentre conta quattro tacche sul revolver azzurro. Sono le stravaganze del calcio. O forse verità ben nascoste. Si muove in punta di piedi perché è un ragazzo educato, perché continua a studiare il Milan, perché osserva i suoi sodali e ascolta consigli di tutti, rapito come un bimbo portato per la prima volta al luna park. «Se Gilardino non segna ancora in coppa Campioni dipende dal modo col quale vive queste partite», la spiegazione firmata da Carlo Ancelotti. Analisi pertinente. Se Gilardino si strugge nell’attesa, se magari si carica di tensioni, ecco che il pallone diventa un macigno e che la porta si rimpicciolisce mentre i rivali diventano armadi a tre ante. L’esatto contrario di quel che accade in campionato dove gioca rilassato e convinto. «Tutto vero» conferma il giovanotto trasparente nelle sue emozioni e nei suoi tormenti e perciò desta maggiore tenerezza.
Per evitare storie Ancelotti e il Milan lo levigano a puntino, qui a Lione. Gioca lui, al fianco di Sheva senza misteri perché la fiducia è un bel cemento. «Se non ci pensi, il gol arriva» gli suggerisce Pippo Inzaghi che gli fa da consigliori e lo protegge da qualche critica eccessiva che non sta in piedi. «Di gol ne ha già fatti tanti, e poi lui fa salire la squadra, dialoga con i centrocampisti, è sempre presente nel gioco», sostiene Ancelotti e forse lo spinge verso il battesimo internazionale qui a Lione dove c’è bisogno di un centro per indirizzare al meglio la qualificazione. «Io sono pronto», promette alla fine Gilardino con quel sorriso da bocconiano e s’avventura tra le ganasce di Cris e Canapa che qualche valico possono lasciargli in una serata tutta da vivere.