Gilbert si conferma campione d’autunno L’Italia resta a zero

nostro inviato a Como

Arrivano dopo sette ore di freddo e di pioggia, con i fanali delle auto e i lampioni tutti accesi per oscurità. Arrivano in 34. Ritirati 161. E' lo sport estremo del Giro di Lombardia, la corsa più vera e più sincera, assieme alla Liegi-Bastogne-Liegi. Guarda caso, il vincitore è il più forte specialista del mondo, lo stesso dell'anno scorso: Philippe Gilbert, vallone di 28 anni, fisico da Rambo, coraggio da vendere, intelligenza da computer.
Nessun errore nel suo programma: tutti lo danno per superfavorito, tutti devono assistere impotenti alla sua prevedibilissima recita. Allungo nella discesa dalla Colma di Sormano, quindi una poderosa cavalcata di 30 chilometri, infine l'attacco letale sull'ultimo strappo del San Fermo, per levarsi di dosso il fastidioso peso del valoroso Scarponi. E' arrivo solitario e vespertino, l'esatto bis dell'anno scorso, in una cornice crepuscolare di autunno lacustre. Più che a questo trionfo, la nebbiosa penombra sembra però fare da perfetta ambientazione ad un tristissimo compleanno italiano: con quest'altra sconfitta, festeggiamo i due anni esatti di digiuno nelle grandi classiche in linea. L'ultima volta fu proprio qui, nel 2008, con Cunego. Da allora abbiamo perso tutto il perdibile. E meno male che almeno abbiamo di che consolarci con i bellissimi successi di Basso e Nibali al Giro e alla Vuelta. Parere personale: dovendo scegliere, meglio così. Meglio avere campioni a lunga durata. Ma effettivamente ci potrebbe stare una bella via di mezzo: ogni tanto, vincere una Roubaix o una Sanremo, una Liegi o un Lombardia, al limite persino uno straccio di Mondiale, allieterebbe saltuariamente gli animi.
Invece niente. Non siamo tipi umani da classiche. Non siamo gente di un giorno. Sulle cause del deprimente fenomeno ci sarebbe molto da discutere. Limitandoci a quest'ultimo Lombardia, che manda in archivio il penosissimo record, possiamo attaccarci soltanto alla sfortuna di Nibali: lui, il più in forma dei nostri, discesista di razza, si gioca tutte le fiches cadendo a pelle di leopardo nella discesa dalla Colma di Sormano, quando è davanti con Gilbert. Nessuno può dire come sarebbe finita senza la caduta. Dice onestamente il nostro giovane campione: «Succede di cadere. Certo, battere Gilbert al giorno d'oggi è comunque molto difficile…». Probabilmente il Nibali di questo periodo sarebbe rimasto con il fuoriclasse belga, ma difficile azzardare che l'avrebbe staccato, o che magari l'avrebbe addirittura battuto allo sprint. Forse, saremmo qui a festeggiare un bellissimo secondo posto. In realtà lo festeggiamo comunque, ma per un altro italiano, quello Scarponi ultimo a crollare sotto i colpi del terribile Hulk, che corre in maglietta estiva nella tormenta dell'inverno incipiente. Ma anche questo risultato di Scarponi non sposta la sostanza dell'avvenimento: è uno storico e funesto compleanno, a Como fanno due anni di immancabili sconfitte.
Diciamolo, l'occasione è ghiotta per chiuderla qui. Adesso arriva il tempo dei bilanci e delle riflessioni. Il bilancio 2010 è presto fatto: bocciatura con orecchie d'asino per gli uomini della classiche (dopo Bettini, il deserto), promozione con lode per quelli dei grandi Giri. Stringendo al massimo, la vera novità che ci deve scaldare davanti ai caminetti invernali si chiama Vincenzo Nibali, partito a gennaio come speranza, arrivato ad ottobre da assoluta certezza, attraverso una serie di test da vero stakanovista, come usava una volta, prima del ciclismo sofisticato dei campioni part-time. Non è poco, anzi è tantissimo. Anche perché, va detto fino a prova contraria, Nibali è uno dei pochissimi in circolazione senza pendenze pregresse o in corso con il doping. Nell'anno dei grandi impallinati (Contador) e dei grandi pentiti di ritorno (Riccò, Di Luca), forse resta questa l'impresa più eclatante. Da Pallone d'oro, se ci fosse il Pallone d'oro delle biciclette. Soprattutto nell'ambiente che ancora rumoreggia per l'amorevole patente assegnata dal piemme antidoping Ettore Torri («I ciclisti sono tutti dopati», evviva la serenità della giustizia sportiva). Per difendere la propria reputazione, il sindacato ciclisti distribuisce alla partenza duemila borracce con il messaggio “Io corro con il cuore". Buon gesto. Però resta inteso che la migliore promozione, in risposta al brutale Torri, resta quella di non risultare più positivi ai controlli. Taglierebbe la testa al toro e la lingua a Torri. Sempre ricordando però, a tutti quanti e soprattutto al Torquemada Torri, che se i ciclisti si sottoponessero soltanto ai controlli in voga negli altri sport ne uscirebbero belli come il sole, intonsi e immacolati. Questo per essere chiari e precisi. Più che altro, giusti.
P.S.: in ogni caso, come impone la più recente casistica, il presente articolo va considerato sub-judice per un paio di mesi. In attesa dei risultati antidoping.